Archivio dei tag canta che ti passa

DiLorenzo Pierobon

Corso di formazione Voicecards 5 novembre – Monza

Sono aperte le iscrizioni al corso di formazione  Voicecards 2.0.  Il corso è a numero chiuso di max 5 partecipanti

5 novembre dalle ore 14  alle ore 17.30  in via Montelungo, 18 Monza presso BB STUDIO

Per tutte le informazioni clicca ; INFO 

pierobon.lorenzo@gmail.com

Ditheant

Laboratorio: l’essenza nascosta della voce 13 novembre – Firenze

dalle 14 alle 18

Tutte le date:  13 novembre 11 dicembre 2021     15 gennaio 19 febbraio 19 marzo 9 aprile 14 maggio 2022

Studio Clematis via Lorenzo di Credi 20 Firenze

SUONI DELL’ANIMA-L’ESSENZA NASCOSTA DELLA VOCE

laboratorio di canto armonico, ricerca e sperimentazione vocale con Lorenzo Pierobon.

Il percorso è finalizzato…

Leggi tutto

DiLorenzo Pierobon

Laboratorio: IL MISTERO DELLA VOCE 14 novembre – Lucca

dalle 9.30 alle 13:30
Tutte le date: 14 novembre 12 dicembre  2021         16 gennaio 20 febbraio 20 marzo 10 aprile 15 maggio 2022
esploreremo lo strumento “Voce”dal punto di vista artistico, ma anche e sopratutto dal punto di vista spirituale ed energetico. La meditazione con il suono, la voce e gli stati di coscienza, la voce come strumento per la ricerca spirituale, questi alcuni degli argomenti trattati. Laboratorio di canto armonico, ricerca e sperimentazione vocale

Un lavoro profondo e adatto a tutti che unisce all’utilizzo del suono e della voce un naturale movimento corporeo e pratiche di respirazione profonda.

Esploreremo inoltre la ritualità, la condivisione e la contemplazione della dimensione del sacro attraverso l’uso di questo affascinante “strumento musicale

VISUALIZZA QUI IL PROGRAMMA DETTAGLIATO

Centro AMRITA via del Brennero 344 S.Marco, Lucca
INFO E PRENOTAZIONI
cell 329 3773096 patrimartix@gmail.com
cell 335 7581124 avaditi542@gmail.com
DiLorenzo Pierobon

Il Mistero della Voce Laboratorio di Voce e canto armonico 6 novembre – Milano

dalle 14.30 alle 18.30 Associazione Kailash Piazza Gambara 7/4 Milano 

tutte le date: 6 novembre 4 dicembre 2021         22 gennaio 26 febbraio 26 marzo 2 aprile 7 maggio 2022

Tecniche non convenzionali per riscoprire il potere nascosto di questo preziosissimo strumento di trasformazione.
Un viaggio nel magico e misterioso mondo della voce per… Leggi tutto

DiLorenzo Pierobon

Voci in ascolto (David Rossato)

Ascolto profondo e improvvisazione

Ascoltare la voce fa parte della nostra esperienza comune: siamo abituati a riconoscere una persona dalla sua voce, anche se non ci appare di fronte. La voce ci permette di riconoscere l’individuo non meno del suo aspetto fisico, infatti, alla singola voce umana Italo Calvino attribuiva la capacità di esprimere la vera identità di chi parla. Nell’ambito della psicoterapia gestaltica, lo stesso Fritz Perls invita i terapeuti a non concentrarsi tanto sui contenuti prodotti dai clienti, sulle loro parole, quanto ad ascoltarne il suono, la musica della voce. Queste suggestioni iniziali sono alla base della mia ricerca intorno all’ipotesi di un counseling centrato sulla voce.

L’incontro di counseling è di fatto un dialogo fra due voci, quella di una persona-cliente e quella di una persona-counselor, e presenta sempre e comunque, anche se implicitamente, delle valenze di cura in quanto è intrinsecamente orientato verso la comprensione, cioè all’aiutare l’altro ad enunciare il proprio mondo di significati. (Lizzola, 2002) Il colloquio di counseling è in questo anche relazione, intesa come tensione tra due soggettività, energia che influenza attraverso il vuoto che c’è tra due persone: noi non possiamo conoscere l’altro, ma solo la relazione che noi abbiamo con esso (E.Spaltro, 1985).

Il processo di counseling è insomma – per usare una metafora musicale – una sorta di improvvisazione a due. Un processo che non può infatti prescindere dall’ascolto attento e profondo dell’altro, e al contempo di se stessi: “è un’abilità centrale” scrive Gabriella Pravettoni “nel lavoro clinico dello psicoterapeuta integrato, poiché la terapia […] presuppone la necessità di vedere l’altro per quello che è ed accettarlo. Attraverso l’ascolto […] può essere in grado di riconoscere nell’altro il fluttuare dei cambiamenti caratteristici del dinamismo insito nella psiche umana” (G.Pravettoni, 1999). Queste parole mi hanno riportato alla mente quelle del filosofo Jean-Luc Nancy che all’ascolto ha dedicato un bellissimo saggio: “Come un rinvio oscillatorio di «consonanze», nella cui «interiorità», nella cui intima e reciproca tensione – di cui evidentemente fa parte integrante il «sentire», l’ «udito» e dunque l’ «ascolto» – prende forma un’identità. Ecco è questa l’ «interiorità», il «suono interiore» […] Un’ «interiorità» che è il «risuonare» delle cose tra loro” (J.L.Nancy, 2004).

Anche per Carl Rogers, il padre del counseling, l’ascolto è una messa in gioco delle parti emotive più profonde, più inconsce, tramite adeguati aggiramenti delle difese razionali. E ciò accade con una serie di aggiustamenti e un continuo scambio tra le parti, che è incontro ed atto creativo bilaterale. Per descrivere il momento di contatto nella terapia fra cliente e terapeuta è stata usata la bella metafora della ricerca di sintonia fra due persone che parlano con una ricetrasmittente. “Ognuna delle due persone deve muoversi lentamente nella ricerca della corretta frequenza di trasmissione senza trascurare il più piccolo indizio trasmesso dall’altra radio. In seguito, stabilito il primo contatto, diventa necessario ottimizzare le frequenze d’onda alla ricerca di una sempre migliore sintonia” (G.Pravettoni, 1999).

Esattamente come nell’improvvisazione musicale: un processo – similarmente a quello terapeutico – in cui vi è un “campo” (cioè uno spazio ed un tempo condivisi che forniscono la struttura – come nel setting), vi sono degli “attori” che si mettono in gioco (e guarda caso in inglese suonare si dice «to play», in francese «jouer») e quindi in movimento ascoltandosi vicendevolmente mentre avanzano, ricercando “in progress” percorsi comuni e una sempre maggiore “sintonia”. Lo scopo lì è “fare musica” insieme in modo armonico, fluido, in modo a-sistematico ma consapevolmente: “l’improvvisazione è tanto più libera quanto più è consapevole” (A.K. Maggia, 2004). Analogamente, nel counseling la relazione d’aiuto si estrinseca attraverso un processo empatico che promuove la libera espressione dell’individuo, basato su presupposti di autenticità reciproca e di consapevolezza.

Sia il counseling che l’improvvisazione musicale si rivela quindi punto d’incontro fra ascolto, consapevolezza e creatività.
E’ innegabile inoltre che il colloquio si esplichi proprio attraverso la materialità della voce: essa trasporta dei contenuti mentali attraverso una fisicità, che è poi sonorità, che fa sì che con essa si trasmetta tutta la carica di relazionalità propria della comunicazione non verbale. La voce possiede sue precipue qualità, che ne costituiscono una vera “forma” (in fisica acustica si parla infatti di “formanti vocaliche” alla base del timbro unico di una voce). Questa forma mette in scena l’interiorità stessa dell’essere umano, facendo accedere a qualcosa di invisibile che si trova al di là dell’apparenza: la voce è aria suonata dal corpo, una risonanza delle cavità interne, ma anche un dare aria all’anima, così come anima all’aria. Ecco quindi che un lavoro sulla voce può entrare a pieno titolo nel processo di potenziamento delle capacità di autopercezione, autoconoscenza, autodeterminazione e comunicazione che sono alla base di qualsiasi approccio di counseling.

 

L’ascolto fluttuante del diapason-soggetto

Tra i fenomeni vibrazionali, generati all’interno del nostro corpo, la voce, intesa come prodotto della sinergia tra respiro e laringe, assume una importanza eccezionale. Lo scopo di questa vibrazione, che, se ben condotta diventa con l’esercizio parola e canto, è quello di raccogliere i vissuti dell’intero corpo e farne, con il suono, uno strumento di comunicazione dall’interno all’esterno e viceversa. Le informazioni che attraverso il suono possiamo ricevere e dare sono di tale portata che ad un orecchio e ad un corpo allenato e consapevole niente sfugge di quanto succede ed è percepibile contemporaneamente da orecchio, occhio, pelle, ossa e sistema nervoso. Su tali principi si fonda il fenomeno dell’empatia.

In tal senso va posta una “distinzione fra oralità e vocalità” definendo «oralità» il funzionamento della voce in quanto portatrice di linguaggio; «vocalità» l’insieme delle attività e dei valori che le sono propri, indipendentemente dal linguaggio. […] Il bambino piccolo non parla, ma quali significati è in grado di comunicare attraverso le semplici modulazioni della propria voce, cui rispondono, più che le parole, le modulazioni della voce della madre! La voce è suono. Il suono è l’elemento più sottile della materia percettibile. Nella storia di ciascuno di noi, come nella nostra storia collettiva, fu proprio esso, in origine, il luogo di incontro dell’universo e dell’intelligenza.” (P.Zumthor, in C.Bologna, 1992).

Ciascuno di noi, nel comunicare con la parola e con il corpo sviluppa un suo specifico linguaggio sonoro, suonando se stesso e risuonando al contatto con il proprio ambiente. Ogni essere umano suona il suo strumento vocale, per trasmettere qualcosa che va oltre il testo verbale. Segnala la parte non-ancora-simbolizzata dell’esperienza psichica attraverso la vocalità, prima che giunga a essere detta. Sviluppa un suo codice sonoro, per segnalare qualcosa di più del puro e semplice messaggio linguistico. Lancia segnali musicali, soprattutto ritmici, in attesa che altri li raccolga e stabilisca con lui un’intesa pre-linguistica, paragonabile all’accordo che si realizza in una danza. […] Un ascolto che sappia conferire il giusto rilievo a suoni e significati verbali […] comporta una sintonia sensoriale, una stretta relazione con la componente fisica delle parole, che facilita una comprensione più completa del loro messaggio. […] In quest’area lavora un pensiero di tipo musicale, che trasforma le immagini in suoni atti a fungere da precursori del linguaggio verbale. […] Rivolgendo l’attenzione al suono più che al significato delle parole si consegue un livello di segni non strutturati secondo la logica verbale e tuttavia già organizzati in una certa misura, sì da potersi configurare come pre-linguaggio. Un tipo di ascolto sensibilizzato ai valori fonici e alle figure emergenti dal suono scova nella musicalità del parlare un risvolto pre-rappresentativo che giace nell’inconscio in condizione di latenza verbale. Da questo punto di vista il latente non è solo un’altra scena sotto quella manifesta, ma anche tutto ciò che sta annidato nei suoni della voce a costituire l’ordito sonoro di un discorso a venire. Nell’area di un sensibile ascolto vengono svolte operazioni integrative di carattere musicale e viene conferita una logica di tipo pre-simbolico alla comunicazione non-verbale e infra-verbale del paziente.” (A. Di Benedetto, 2000).

Il peso energetico che noi poniamo nel metterci in contatto con qualcuno, per rivolgergli la parola, è tanto forte che, se non troviamo attenzione, la delusione che proviamo è tale da trasformarsi immediatamente in ira e rabbia. Segno che il bisogno dell’ascolto è veramente fortissimo.

Troppi parlano e troppo pochi ascoltano,e proprio per questo motivo “aumenta sempre di più il bisogno di essere ascoltati, di manifestare con la voce la nostra soggettività, il nostro essere al mondo” (G.Giuliani, 1990).

Il filosofo Jean-Luc Nancy sottolinea che nell’ascolto “il suono e il senso si mescolano e risuonano l’uno nell’altro o l’uno attraverso l’altro” (2004). In altre parole, la caratteristica principale di ogni evento sonoro, e quindi anche della voce, è quella di racchiudere tutto il proprio senso esattamente nell’“attualità superficiale dell’ascolto, ovvero nella fenomenalità dell’apparenza sensibile”. Nell’ascolto “balza alla massima evidenza […] un’altra modalità del ‘con-essere’: dell’essere insieme, intrecciati in infinite onde relazionali.” Nancy sottolinea come il sentire è sempre un ri-sentire, cioè un sentir-si-sentire, e conia la suggestiva immagine del diapason-soggetto: “l’ascolto genera una singolare modalità di apertura del e nel corpo di chi ascolta, giacché il suono, risuonando attorno a questi, contemporaneamente risuona in lui, entra e dilata il suo corpo, mettendolo al di fuori di se stesso. […] Essere all’ascolto è essere allo stesso tempo fuori e dentro, […] consisterà sempre in un esser-teso-verso, oppure in un accesso a sé”. Si potrebbe dire, con la psicologia transpersonale o prima ancora con Gurdjeff, che l’ascolto possa aiutare a sviluppare “il testimone”, ovvero la “doppia attenzione” indispensabile al “ricordo di sé”, scopo di ogni pratica meditativa.

Anche in ambito psicoterapeutico negli ultimi anni si è dato sempre più valore a quelle attitudini ricettive, quali “attenzione fluttuante”, “réverie”, “empatia”, “controtransfert” più vicine al corpo e all’inconscio e meno influenzate dal Logos. Per Antonio Di Benedetto (2000) il terapeuta deve sviluppare “l’attenzione su un tipo di ascolto che, come quello musicale, solleciti la mente a retrocedere verso il corpo, nel quale si incarna sintomaticamente l’inconscio. Cortocircuitando momentaneamente il pensiero razionale, un ascolto sospeso tra suono e significato predispone a un primo contatto sensoriale-uditivo con l’inconscio somatizzato. […] Occorre fare appello a una naturale capacità di conoscenza sensitiva, chiamata “aisthesis” dagli antichi greci.”

Sottolinea inoltre “l’importanza di un’ ‘intelligenza senziente’ ai fini della comprensione di un’altra persona”, e ritiene che “possa essere di grande aiuto a tal fine la frequentazione delle opere d’arte, l’accostarsi, cioè a quei prodotti “estetici” che sono una delle manifestazioni più visibili della sensibilità estesica della sua utilizzazione quale organizzatore delle prime forme d’esperienza. L’oggetto estetico sembra essere l’incarnazione di quella che Bion ha ipotizzato alla base dei processi di mediazione tra sensorialità e pensiero. Tramite la visione di un artista possiamo vedere cose cui la nostra comune percezione non giunge. […] L’emozione estetica rigenera ‘messianicamente’ il nostro vedere. L’oggetto artistico sollecita un atteggiamento pre-riflessivo, sintonizzato con la visione dell’artista. […] Questo tipo di attenzione esteticamente orientata, consentendoci di andare al di la del già-udito, deI già-detto, del già-visto sostiene la curiosità di esplorare quanto vi è di piu specifico nella persona con cui abbiamo a che fare, acuisce la sensibilità a coglierne la ‘singolarità’. L’inaudito, il non-pensato, il non-detto, quella parte di esperienza psichica denominata spesso ‘ineffabile’, può essere in una certa misura afferrata grazie a una recettività estetica.”

Ritengo auspicabile che questo tipo di attenzione venga ricercata, coltivata e sempre più affinata anche dal counselor, così seguendo in fondo – la via aperta ed indicata da Carl Rogers, del quale riporto in chiusura alcuni pensieri:

“E’ stato grazie all’ascolto delle persone che ho imparato tutto ciò che so circa gli individui, la personalità, le relazioni interpersonali. Vi è un’altra soddisfazione peculiare nell’ascoltare realmente qualcuno, poiché al di là del messaggio immediato della persona, indipendentemente da quale esso sia, c’è l’universale. Dietro tutte le comunicazioni personali che realmente ascolto sembrano esserci delle ordinate leggi psicologiche, aspetti dello stesso ordine che troviamo nell’universo intenso come un tutto. Così, c’è al tempo stesso la soddisfazione di ascoltare questa persona e la soddisfazione di sentirsi in contatto con ciò che è universalmente vero.
Quando dico che gioisco nell’ascoltare qualcuno, intendo naturalmente un ascoltare profondo. Voglio dire che presto attenzione alle parole, ai pensieri, ai toni sentimentali, al significato personale e anche al significato che è sotteso all’intenzione cosciente di colui che parla. […] Così, ho imparato a chiedermi: posso sentire i suoni e percepire le forme del mondo interno di quest’altra persona? Può esservi in me una risonanza così profonda per ciò che egli dice al punto di intuire i significati che egli teme e tuttavia vorrebbe comunicare come fa con quelli che conosce? […] Molto spesso […] le parole portano un messaggio e il tono della voce ne porta un altro nettamente diverso. […] Quasi sempre, allorché la persona sente di essere stata profondamente ascoltata, i suoi occhi si inumidiscono. Penso che in un senso in certa misura realistico essa stia piangendo di gioia. E’ come se stesse dicendo «Grazie a Dio, qualcuno mi ha ascoltato. Qualcuno capisce cosa mi sta accadendo». In momenti simili mi è venuta talvolta la fantasia di un prigioniero che si trova in una cella sotterranea e che giorno dopo giorno trasmette con piccoli colpi il seguente messaggio in alfabeto Morse «Qualcuno mi sente? C’è qualcuno?». Finalmente un giorno ode alcuni deboli colpi che dicono «Sì». Con questa semplice risposta egli è sollevato dalla sua solitudine; è diventato nuovamente un essere umano. Ci sono moltissime persone che oggi vivono in celle private, persone che non lo lasciano trasparire in alcun modo all’esterno, persone che vanno ascoltate con acuta attenzione per udire i messaggi che provengono dalla loro cella […] Quando sono davvero ascoltato, sono anche capace di ripercepire il mio mondo in un modo nuovo e di proseguire. E’ sbalorditivo come certe cose che sembrano insolubili diventano solubili se qualcuno ci ascolta, come una confusione che sembra irrimediabile si trasforma in un flusso che scorre con relativa limpidezza. Ho apprezzato profondamente le volte in cui ho sperimentato questo ascolto sensibile, empatico, concentrato”. (C. Rogers, 1983).

L’articolo è tratto dal libro: “Voiceling. La voce che cura – Spunti per un counseling centrato sulla voce”, acquistabile qui:

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/32973/la-voce-che-cura/

Foto: Piero Della Francesca, “L’adorazione del ponte”  dal ciclo “Storia della Croce, Arezzo. Chiesa di S. Francesco-dettaglio delle ancelle.

David Rossato è visual e sound designer, counselor, compositore e musicista elettronico. Ha scritto musica per l’arte, il cinema, il teatro, reading poetici e rassegne di musica contemporanea. Dopo il conseguimento di un master triennale inizia ad occuparsi di Gestalt Counseling; successivamente si avvicina alla psicologia transpersonale e alle tecniche musicoterapeutiche, approdando quindi allo sciamanesimo transculturale, che pratica da anni tenendo regolarmente cerchi e seminari.

Per contatti: dvdrossato@gmail.com

DiLorenzo Pierobon

Lo Yoga Ratna-il gioiello dello Yoga (Patrizia Martinelli)

propone un cammino per entrare dentro se stessi e potersi conoscere al di là degli specchi (quelli reali o anche quelli che ci rimandano le altre persone), aprirsi alla consapevolezza e scoprire il gioiello nascosto in ognuno per poter ridefinire la propria identità.

La maestra Gabriella Cella ha ideato questo metodo che si basa su una ricerca che pone al centro il simbolo, legato alle forme del corpo e del respiro con tutta la sua forza dirompente.

Il corpo si esprime in tante forme differenti, tante quanto l’universo ne può contenere e quante la mitologia e la simbologia più antica hanno manifestato, forme che hanno un riferimento reale oppure meramente fantastico, che esprimono modalità legate al femminile oppure al maschile.

Proprio osservandosi senza giudizio, nell’immobilità dell’asana, ascoltando il tipo di respirazione che si crea, percependo l’elemento e dunque il Raja Chakra che è influenzato, è possibile risvegliare il simbolo che agisce all’interno. Accogliere ciò che appare senza giudicare, vivere l’armonia e l’eleganza del gesto, lasciare affiorare sensazioni di piacere o di disagio senza sottrarsi, può far emergere parti di sé finora ignote e sperimentare la complessità dell’esistenza.

E altrettante possibilità ce le offre il respiro che ci porta all’interno ed è strumento di autoconoscenza. Con il pranayama impariamo esercizi che ci permettono di individuare il nostro stato energetico e che producono effetti benefici come farci superare stati emozionali intensi, trovare la calma e la concentrazione e che possono equilibrare, rilassare o energizzare a seconda di quello di cui abbiamo bisogno. Esercizi che hanno particolari caratteristiche simboliche oltre che azioni terapeutiche ed energetiche.

E non dimentichiamo che il respiro può diventare suono con i Mantra (che significa strumento per la mente): quando i dati sensoriali ed emotivi che ci raggiungono e ci coinvolgono, creano confusione al nostro interno e la mente riflette un’immagine distorta della realtà, la recita dei mantra può favorire il silenzio della mente e lo scorrere dell’energia vitale. Dedicandoci a questa pratica in una ricerca che ha bisogno di una guida attenta, è possibile sperimentare come sia possibile diventare un tutt’uno con questi suoni e realizzare di essere una cassa di risonanza dell’armonia universale. Con i Bija Mantra (Mantra seme) relati ai Maha Raja Chakra (che sono vibrazioni cosmiche concentrate nel microcosmo umano e rappresentano le tappe evolutive nel percorso realizzazione individuale) ci si riferisce a suoni che vanno ad amplificare la concentrazione su questi Centri di energia e sugli elementi ad essi correlati, per stimolarli.

Se si avverte la spinta a voler cambiare qualcosa di se stessi o della vita che si conduce, lo Yoga Ratna ci aiuta. Se in una determinata fase della vita si ha più bisogno di forza o di equilibrio, di fluidità o di fermezza, di abbandono oppure di stabilità, è possibile scegliere esercizi respiratori e mantra adatti alla situazione, così come posizioni di eroi ed eroine, di divinità, di animali, di elementi della natura in cui si evidenzi quella qualità che ci interessa potenziare.

La pratica di questo tipo di Yoga diviene uno strumento duttile e prezioso a disposizione di chi non voglia perdersi in vane acrobazie o effetti consolanti, ma intenda liberarsi dalle abitudini con cui è solito definirsi.

 

Patrizia Martinelli ha conosciuto lo Yoga all’inizio degli anni ‘80 e si è diplomata presso l’E.F.O.A. (European Federation of Oriental Arts) nel 1992 e presso la S.I.Y.R. (Scuola Insegnanti Yoga Ratna) nel 2003. E’ socia YANi (Associazione Nazionale Insegnanti Yoga). È appassionata alla ricerca in questo ambito ed a questo fine ha viaggiato in India , soggiornando in alcuni Ashram, e continua a seguire percorsi formativi e sentieri d ricerca. Vive a Lucca dove insegna Yoga da trenta anni presso l’associazione da lei fondata, il Centro Amrita. patrimartix@gmail.com   3293773096

DiLorenzo Pierobon

Il potere dell’osservatore(Chiara Zagonel)

di Chiara Zagonel dott.ssa in matematica e fisica

Uno dei pilastri alla base della teoria quantistica è il cosiddetto principio di indeterminazione, formulato nel 1927 dal fisico tedesco Werner Karl Heisenberg. L’implicazione più importante di tale principio è che l’osservatore non è distaccato dal sistema che osserva, anzi ne fa parte e lo condiziona solo per il fatto che interagisce con esso. Viene così a sfumare la rigida distinzione tra soggetto e oggetto che aveva contraddistinto la fisica fino a quel momento, e la realtà osservata perde ogni connotazione di oggettività. Infatti, essa risulta esistere solo in funzione di una misurazione e della modalità con cui tale misurazione viene effettuata.

Tale principio, che Einstein cercò ripetutamente di confutare senza riuscirvi, si è dimostrato perfettamente in linea con il resto della teoria quantistica ed è stato verificato sperimentalmente in modo indiscutibile. Uno tra i numerosi esempi in tal senso è dato dall’effetto Zenone quantistico, individuato nel 1977 dai due fisici indiani B. Misra e G. Sudarshan. In base a tale effetto, quando si osserva in modo continuo una particella che dovrebbe decadere in un certo intervallo di tempo, tale particella non lo fa. L’osservazione ripetuta impedisce alla particella di decadere ed essa da instabile diventa stabile, come è stato confermato sperimentalmente nel 1990. 

In base al principio di indeterminazione di Heisenberg si può affermare, quindi, che l’osservatore, quello che fa e come lo fa diventano centrali rispetto a tutto il resto, che ne risulta quasi un semplice corollario, una conseguenza, se non addirittura una proiezione dell’intenzione iniziale dell’osservatore. Sembra incredibile che quella che crediamo essere una realtà concreta, oggettiva e indipendente sia invece così strettamente collegata a noi, al punto tale da modificarsi in relazione a quello che facciamo. Eppure è così. 

Passando dal mondo microscopico delle particelle subatomiche a quello macroscopico e riportando tale principio a un livello personale, possiamo affermare che in ogni istante della nostra vita siamo gli artefici di quello che si manifesta e, consapevoli o no, siamo contemporaneamente la causa e l’effetto. È una nostra responsabilità personale il passaggio da ciò che potenzialmente potremmo essere o fare a quello che successivamente accade. Infatti, non è possibile considerarsi dei soggetti distaccati e ininfluenti sulla nostra realtà e in qualche modo vittime di quello che succede, come se fosse esterno ed indipendente da noi. 

Inoltre, bisogna tener presente che l’assunzione di responsabilità a cui il principio di indeterminazione ci richiama non riguarda solo noi ma anche chi ci sta attorno. Di fatto, il modo con cui osserviamo gli altri influisce su di loro. Tutto ciò risulta particolarmente importante se riportato all’interno della relazione con l’altro, soprattutto in campo educativo o terapeutico, dove l’atteggiamento e l’intenzione dell’operatore influisce e determina la risposta di chi ha davanti. È essenziale ricordarsi che, analogamente alle onde elettromagnetiche, ci comportiamo in maniera diversa se sappiamo di essere osservati e rispondiamo a seconda di come viene fatta l’osservazione. Pertanto, guardare a un paziente come un soggetto in un processo di guarigione piuttosto che come una persona malata, o alla vivacità di un bambino come un indice della sua vitalità invece che un fattore di disturbo fa davvero la differenza.

Chiara Zagonel

Chiara Zagonel: dott.ssa in matematica e fisica, ha tradotto Quantum Mind di A. Mindell e ha scritto Storia dei quanti (2019) e Metafore quantistiche (2020). Tiene conferenze e seminari sulla fisica quantistica. 

www.chiarazagonel.it       Fb: Chiara Zagonel

DiLorenzo Pierobon

Il mito di Atlante: un’anatomia della voce tra terra e cielo (Luca Cascone)

Secondo il mito greco, Atlante era un Titano, una delle prime divinità legate alle potenze naturali. Secondo Esiodo si schierò con Crono (il Tempo), secondo Signore del Mondo, nella guerra scatenata dal figlio Zeus per la supremazia. Persa la battaglia, Atlante fu condannato da Zeus a reggere il peso del cielo sulle sue spalle per allontanarlo dalla terra.
Originariamente era emanazione diretta della potenza del Mare (da cui infatti l’Oceano Atlantico, e la perduta isola di Atlantide). Figlio, oltre che di Giapeto o di Zeus, di Climene o di Asia, progenie di Oceano e Teti, le prime personificazioni del Mare, nonché padre di Calipso e delle Esperidi, Atlante incarnava per Omero ed Esiodo la capacità dell’Acqua di mobilizzare grandi forze (dalla stessa radice viene il verbo latino tollo, da cui “tollerare”, “portare”). Il suo nome è stato traslato per metafora al compendio per eccellenza – quello delle mappe (geografiche, anatomiche, …) che per così dire reggono la conoscenza sistemica -, a una catena montuosa, per la sua solidità, e alla prima vertebra cervicale, quella parte corporea che regge il peso del capo.

Perché parlare di mitologia in un articolo sulle relazioni tra voce e sistema cranio-cervicale?
L’Atlante mitologico solleva il cielo (o il mondo, in altre raffigurazioni) come quello anatomico regge il capo. La sua struttura di circonferenza ossea, con le superfici articolari conformate a delineare in due fosse curve una sezione di sfera cava, ne fanno il perfetto alloggiamento per la sfera piena dell’occipite, la struttura che costituisce gran parte della base del capo, insieme ai due temporali e allo sfenoide, e accoglie le strutture più inferiori del complesso encefalico (romboencefalo).
L’Atlante mitologico poggia i suoi piedi al confine della terra, come quello anatomico si poggia su una solida struttura, la seconda vertebra cervicale (detta “epistrofeo”, dal greco “girare intorno”), che ne completa la struttura e la funzione con due faccette articolari conformate a binario, perfette per una rotazione molto ampia (45° per lato, la metà di tutta la rotazione cervicale!), e un massiccio dente che ne costituisce il perno. A sua volta, l’epistrofeo si appoggia sulla colonna cervicale.
Queste strutture costituiscono posteriormente le inserzioni dei muscoli suboccipitali, fondamentali nell’aggiustamento fine del capo, e hanno relazione con i maggiori muscoli della regione craniocervicale (trapezio, spleni, sternocleidomastoideo, lunghi del collo, …), di cui il complesso occipito-atlanto-epistrofeo (OAE) è a tutti gli effetti il perno di orientamento, in sinergia con gli i segnali sensoriali (vista e udito in primis).
Fondamentali anche le relazioni vascolari e neurologiche di questa area: da qui passano in transito da e per il cranio i principali rami vascolari (arterie carotide interna ed esterna, arteria vertebrale, vena giugulare), nonché nervosi (nervo vago, accessorio, glossofaringeo, in connessione con il sistema trigeminale e facciale) che garantiscono la gran parte dell’organizzazione cinetica di cranio, faccia e collo. Da qui inoltre il midollo spinale incontra il tronco encefalico endocranico, costituendo il cosiddetto ponte miodurale, la connessione diretta tra le meningi encefaliche e i sopracitati muscoli suboccipitali: l’Atlante è a tutti gli effetti il luogo di confine tra terra (il corpo) e cielo (il cranio e il suo contenuto), bagnato da un mare in perenne fluttuazione, quello del sistema liquorale che circonda, protegge e nutre il sistema nervoso centrale.

Qui entra in scena il sistema oro-faringo-laringeo, a cui la base cranica è strettamente collegata, insieme al sistema muscolare ad esso associato, che comprende muscoli mimici, masticatori, palatini, faringei e, ovviamente, i famosi sovra- e sotto-ioidei. Tutti questi muscoli hanno connessione a vario titolo con occipite, temporale, sfenoide e sistema OAE, e per intermediazione del continuum linguale e delle strutture nervose la laringe intreccia una relazione biunivoca con il passaggio craniocervicale, non solo o necessariamente in senso strutturale, ma anche e soprattutto funzionale. Ad esso si appendono le strutture che proseguono verso il basso nel sistema respiratorio e in quella numerosa serie di strutture che costituiscono il sostegno posturale all’attività pneumofonatoria.
I nervi sopra citati (trigemino, facciale, vago, accessorio, glossofaringeo) costituiscono quello che in relazione alla teoria polivagale è stato chiamato sistema nervoso sociale, di cui l’attività vocale costituisce una diretta emanazione insieme alle modulazioni posturali e comportamentali che si accompagnano alle attività affettive, o alla loro modulazione e dis/organizzazione anche sulla cascata posturale che esse modulano e dirigono nel dialogare con l’ambiente.

Senza tenere in conto la natura acquea del Titano mitologico, ovvero quella affettiva del corpo umano, la regione craniocervicale non acquista il suo senso più intimo e profondo: quello di custode e veicolo dell’espressione (o non espressione) e comunicazione (o non comunicazione) umana.
Non a caso dall’evoluzione sinergica di quest’area la specie homo ha sviluppato, come ben analizzato da S. Mithen nelle sue teorie sull’evoluzione del linguaggio, da strutture originariamente deputate a scopi come l’alimentazione e la respirazione (anch’essi comunicativi), la capacità di trasdurre i moti interiori in canto e poi in parola, organizzando così il pensiero e il linguaggio che lo edifica. Non a caso è la fluidità del respiro, sostenuto e appoggiato ad una sinergia pneumatica che viene dal sistema di catene muscolari ben conosciuto dai vocologi e utilizzato dai vocalisti, facente capo al sistema dei diaframmi, connesso alla base cranica e al complesso OAE, a portare la voce come un’onda fluida e costante verso la sua vibrazione laringea e verso la sua modulazione superiore (strutturale e cognitiva). O, per dirla con il linguaggio mitico, non a caso Atlante si appoggia sulla Terra reggendo il Cielo con la forza delle Onde.

Luca Cascone

Osteopata D.O., Musicista e Musicoterapista in formazione, Facilitatore di Medicina Narrativa.
Da sempre esploratore delle relazioni e dei confini tra i diversi ambiti dell’umano, fonde lo studio dell’anatomofisiologia a quello della comunicazione e degli stati di coscienza e consapevolezza dell’uomo in relazione a sé e all’ambiente.
Narratore per vocazione, si occupa del linguaggio narrativo in ambito non verbale, para verbale e verbale come mezzo di costruzione, sostegno e trasformazione della coscienza individuale e di comunità.

spazioarmoniasalute@gmail.com

www.spazioarmoniasalute.com

DiLorenzo Pierobon

La sperimentazione artistica e l’espressione dell’anima: la voce-corpo.

Dalla tesi di VOCOLOGIA ARTISTICA (a.a. 2019 – 2020) di SERENA VERGA LA SPERIMENTAZIONE ARTISTICA E L’ESPRESSIONE DELL’ANIMA:  LA VOCE-CORPO.

Da Demetrio Stratos alle neuroscienze, dalla drammaturgia vocale alla comunicazione non verbale

Intervista a Lorenzo Pierobon a cura di Serena Verga

 

Foto di: Roberta Sotgiu

 Con il  passare del tempo, studi, ricerche e sperimentazioni hanno reso tutti più consapevoli di quanto sia davvero importante il “prendersi cura” di se stessi, come Voce e come Corpo. Si è dimostrato anche che la Musica e le Arti, a tutti gli effetti, siano un phàrmakon naturale. Secondo lei, da musicoterapeuta, cantante, formatore e vocal trainer quale è, quanto influisce una buona conoscenza di se stessi (come Voce-Corpo) nella vita di tutti i giorni? 

Bella domanda! Influisce molto. Mentre prima ci basavamo sulla saggezza popolare del “canta che ti passa”, adesso siamo arrivati alla piena consapevolezza di quanto il canto faccia bene al nostro organismo e quindi di quanto sia davvero importante conoscere la nostra voce. Se tutti partissimo da una conoscenza pregressa e approfondita della nostra voce, questo ci direbbe già tanto di noi. Se la mia voce urla e aggredisce dice di me una cosa, se la mia voce non si sente, è bassa, sommessa, dice di me un’altra cosa. Quindi già come la si utilizza può dire e dare delle informazioni all’esterno, per cui penso che sia veramente molto importante conoscerla a fondo per conoscere se stessi. Teniamo presente che la voce è unica in ognuno di noi, molto più di un’impronta digitale di cui pare se ne possano trovare alcune simili fra gli esseri umani; la voce ci contraddistingue pienamente l’uno dall’altro, essa è proprio ciò che ci definisce dal punto di vista timbrico, acustico, fisiologico, ma chiaramente dentro quel suono si racchiude anche la nostra storia emotiva.

Ha compreso perfettamente ciò che intendevo. C’era e c’è ancora gente che non riesce a capire quanto lavoro ci sia dietro una voce. Questi studi, queste sperimentazioni che facciamo hanno l’obiettivo di divulgare questo pensiero, affinché si cominci a pensare alla Voce in maniera più totalizzante, ossia come strumento di comunicazione a 360° che ci rappresenta come persona, oltre che come artisti – nel caso in cui si faccia parte della schiera dei lavoratori dello spettacolo.

In questo mio viaggio di ricerca ho scelto di intraprendere anche questo studio di contrapposizione e comparazione tra Demetrio Stratos ed Antonin Artaud, prendendoli come esempi, il primo nel canto e nella sperimentazione vocale e il secondo nel teatro: ho potuto constatare che entrambi, nonostante abbiano vissuto in periodi storici differenti e si siano mossi in ambiti artistici diversi seppur accomunabili, sono arrivati alla conclusione che la Voce-Corpo sia una medicina naturale, un mezzo di rinascita personale, e proprio attraverso la loro arte e i loro studi hanno voluto dimostrare quanto il suo utilizzo e la sua conoscenza possa essere utile a tutti, sia nel settore canoro che in quello teatrale; l’Arte non più solo come svago effimero, passeggero, ma come “cura” per l’essere umano, liberazione corporea, perché l’Uomo non può fare a meno dell’Arte come l’Arte non può fare a meno dell’Uomo. 

Sono perfettamente d’accordo. Tieni presente che Demetrio Stratos (una testimonianza la si ha anche in un vecchio documentario a lui dedicato su Rai 4) si recava proprio nelle scuole per parlare di Voce, per rendere partecipi anche i bambini delle sue sperimentazioni vocali e i piccoli restavano affascinati da tutto questo. Questo era un modo ulteriore per far capire quanto la Voce fosse (ed è) uno strumento importante, anche nel relazionarsi col mondo. Infatti sia nei lavori di gruppo che in quelli individuali, sia nel teatro che nel canto, le persone che iniziano un percorso sulla Voce, man mano che prendono dimestichezza col proprio strumento, diventano più sicuri, l’autostima cresce inevitabilmente (parli e comunichi in modo migliore, sei meno timido, gestisci di più la tua emotività, …), si ottengono grandissimi riscontri. Non a caso, la Voce è musicoterapia e la Voce-Corpo è il primo strumento che utilizza il musicoterapeuta per lavorare.

 Ci parli un po’ del suo Vocal Harmonics in Motion®: in cosa consiste?

 Il metodo VHM (acronimo dall’inglese Vocal Harmonics in Motion®) parla di Armonici Vocali in Movimento. Ho scelto di eleggere il canto armonico (o meglio, la modalità di emissione degli overtone) come mezzo o tecnica principale del mio lavoro, perché – prima di tutto – è molto facile (a dispetto di quanto possa sembrare!): i bambini – per esempio – ci mettono cinque minuti per impararlo giocando (chiaramente nel caso in cui qualcuno voglia farlo diventare il suo principale mezzo espressivo artistico ci deve stare molto più tempo e studiarlo approfonditamente, come per tutte le cose, perché ci vuole allenamento e costanza). Quindi, dicevo, l’ho scelto perché il canto armonico può essere facile, ha un approccio ludico per tutti (indipendentemente dall’età anagrafica) e inoltre quando si riesce a farlo bene provoca dentro di noi, ancor di più di un canto tradizionale, una cascata emotiva di ormoni, di endorfine, insomma un senso di piacere e appagamento senza pari. Durante la sua emissione, si lavora sulla cosiddetta consonanza di testa, stimolandola fortemente, e di conseguenza abbiamo un personale cambio di stato di coscienza molto marcato, rapido. Per esempio, nel momento in cui si fa l’humming (ossia l’emissione controllata e silente di una “m” prolungata che dà una leggera sensazione di formicolio alle labbra) per poi passare gradualmente alla formazione e all’emissione degli armonici, pian piano, procedendo in questo esercizio vocale in stato meditativo, inizieremo a notare un notevole cambiamento (ciclo respiratorio, battito cardiaco, ecc.), come se riuscissimo magicamente a mantenere un controllo maggiore di noi stessi, raggiungendo una stabile sensazione di benessere psicofisico.

Quindi se dovessimo spiegare in poche e semplici parole cos’è il canto armonico?

 Il canto armonico è paragonabile all’immagine di copertina dell’album The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, mi riferisco al disegno del prisma, potremmo racchiudere lì il suo significato: il fascio di luce bianca entra nel prisma e viene scomposto nei colori primari. In altre parole, la nota fondamentale passa nei risuonatori (labbra, bocca, vocal tract e lingua) che sono il nostro “prisma” e da quello vengono fuori i vari colori della Voce, quindi i parziali che compongono la nota fondamentale. Di fatto, in termini musicali, si tratta proprio di estrarre il “colore” della Voce, ossia quello che poi va a costituire il timbro e che ci rende unici l’uno dall’altro e percettivamente riconoscibili. Per esempio, se togliessimo gli armonici da una tromba non la distingueremmo più da un pianoforte o da altri strumenti musicali. Con le tecniche del canto armonico, della manipolazione della nota fondamentale, siamo in grado di far suonare più o meno evidentemente il primo, il secondo, il quinto, il decimo, il dodicesimo armonico ed ottenere così quell’effetto “intervallo” o di sdoppiamento del suono che tanto affascina. Parliamo di “movimento” (ossia armonici “in movimento”, rifacendoci anche al nome del mio metodo di approccio didattico), perché – prima di tutto – c’è realmente un movimento all’interno del cavo orofaringeo (la lingua ha indubbiamente un ruolo primario in tutto questo) e poi ho anche scelto di abbinare a queste modalità di emissione una serie di movimenti presi dalla bioenergetica e anche da tradizioni millenarie, come il Qi Gong (ho questa matrice un po’ orientale nella mia formazione), che ho trovato molto efficaci in abbinamento con il suono.

Nella mia tesi ho parlato anche del concetto di grounding tratto proprio dalla bioenergetica e del pensiero di Alexander Lowen: mi è piaciuto molto questo parallelismo dell’albero e delle sue radici all’essere umano, per “(ri)collocarci” e ritrovare così noi stessi.

CertoIl concetto di “radicamento” è la base del mio lavoro, un lavoro carico – potremmo dire – di simbolismo.

Carico di suggestioni, allusioni, meglio ancora di percezioni.

 Esatto! Per esempio, nel momento in cui richiedo l’emissione di una “U” grave è per avvicinarci al concetto di radicamento, per sentirci come a stretto contatto con la terra, per poi passare all’emissione di una “I” accompagnandola alzando le braccia (sembrerà come se quella “I” non uscisse solo dalla bocca, ma dalla punta di ogni singolo dito della mano per andare verso l’alto, sempre di più): nel passaggio dalla “U” grave (fase di “radicamento”) alla “I” acuta (fase di “innalzamento”), è come se ci si sentisse davvero un germoglio che a sua volta diventa poi alberello, poi albero che mette radici e che cresce stagliandosi sempre più verso il cielo. Potremmo dire che va davvero in alto (anche con il suono) solo chi è ben radicato. Senza rendercene conto, raggiungeremo poi la cosiddetta nota di passaggio (che unisce le consonanze petto/testa) in maniera del tutto naturale, imparando spontaneamente. Ecco perché “in motion”, il movimento per me è fondamentale: se vuoi proiettare un suono, io te lo faccio prendere e lanciare (in senso figurato), come se prendessi, per esempio, la “O”, la stringessi fra le mani e la lanciassi in acqua come se fosse pietra oppure come scoccare una freccia. Il gesto corporeo aiuta fortemente la memorizzazione di particolari percezioni sensoriali, facendo sì che anche la Voce possa raggiungere una maggiore consapevolezza di sé, migliorandone l’uso quotidiano per sentirci così più liberi.

Quali esercizi consiglia ad allievi di musica e teatro per mantenersi in forma e in costante allenamento quotidiano per un utilizzo più consapevole della Voce-Corpo in ambito professionale? Lavora su propriocezione, postura e respirazione? Se sì, come?

 Prima ancora della Voce, lavoro particolarmente su propriocezione ed ascolto. Bisogna imparare ad ascoltarsi, a chiedersi “Come sto oggi?”, “Come sta andando?” (per esempio, se esco dalla sala prove accusando dolore o fastidio vocale, vuol dire che non sono in forma oppure che non ho lavorato nel migliore dei modi o che ci sarà qualcosa su cui – da ora in poi – dovrò fare particolare attenzione!). Subito dopo l’ascolto di se stessi, viene la respirazione, o meglio l’ascolto del proprio respiro: non è affatto semplice ed immediato per tutti. Fra gli esercizi basilari, faccio fare tanto l’humming, ossia l’emissione silenziosa della “M” con la masticazione a vuoto e conseguente passaggio dalla “M” alla “N”; successivamente faccio usare – se necessario – anche le “cannucce” che sono compresi fra i cosiddetti dispositivi SOVTE (Semi Occluded Vocal Tract Exercises): non impiego la mascherina e non faccio fare altri esercizi a vocal tract semi-occluso, ma prediligo l’uso della cannuccia da sola oppure la cannuccia inserita in una bottiglietta riempita a metà di acqua. Questi li inserisco fra gli esercizi di riscaldamento/defaticamento vocale e anche come mezzi per incrementare le proprie potenzialità espressive. Quindi propriocezione e respirazione unite nell’ascolto di se stessi, questo è il mio lavoro, attraverso un viaggio individuale che diventa come un vero e proprio rito di purificazione per riconoscersi pienamente. Le persone che frequentano i miei seminari è come se scegliessero di tuffarsi in un viaggio sonoro che li allontani momentaneamente dai rumori esterni per concentrarsi su se stessi, per darsi spazio e collocarsi – come sono solito dire – nella stanza del respiro (come una meditazione yoga, per intenderci). Da lì, dalla stanza del respiro, si inspira e si espira profondamente e silenziosamente, passando poi all’emissione della “S” (per scacciare pensieri tristi, rabbia e pesi vari che ci portiamo nella nostra vita, talvolta troppo frenetica). Dopodiché passo all’humming (la “M”, di cui ho accennato prima) che aiuta il rilassamento, sfruttando le cavità nasali e la consonanza: qui si attiva fortemente la propriocezione. Poi si passa alla “N”, come suddetto, che dà una sensazione di verticalità del suono, sfruttando una diversa consonanza e risonanza rispetto alla “M”. Successivamente, se si vorrà e se reputo necessario, da qui si parte ad esplorare il canto armonico, attraverso l’enfatizzazione sonora nel passaggio lento da “M” a “N” (a bocca chiusa), come se si masticassero le due lettere, in leggera nasalizzazione: nel caso in cui si abbia la strana (ma bella) sensazione di sentire più suoni in uno, detto in parole semplici, si avrà a che fare con gli armonici. È un viaggio di continua sperimentazione, un dialogo intimo e silenzioso con se stessi.

 Insomma pochi (intensi) esercizi base, per un vero e proprio viaggio dentro di sé, per ritrovarsi, ascoltarsi, conoscersi meglio. È come se imparassimo a guardarci dal di fuori, da un occhio esterno che sappia osservare i nostri movimenti e da un occhio interno che sappia invece percepire le nostre più piccole tensioni ed emozioni.

 Sì. Tutto è ascolto, osservazione, concentrazione.

 Nel suo mondo fatto di musica come terapia e anche nei suoi seminari (che mi piace definire, più che corsi, “viaggi esperenziali”), quali effetti ha riscontrato sui partecipanti?

Mi capita di incontrare persone con storie diversissime fra loro nei miei seminari: ci sono artisti (attori, cantanti e chiunque usi la Voce a livello professionale), c’è chi viene per cercare di conoscersi meglio, risolvere dei problemi personali o scontrarsi con la propria emotività per uscirne più forte. Diciamo che non c’è una richiesta terapeutica vera e propria, per cui possiamo dire che il mio lavoro non è terapia ma è terapeutico. Chiaramente se lavoro con pazienti psichiatrici è un altro mondo e in questi casi bisogna stare anche molto attenti agli effetti del lavoro vocale, perché esso può caricare positivamente, ma può anche scompensare qualcos’altro. Gli esercizi ai quali sottopongo un professionista vocale e un paziente patologico talvolta possono anche essere identici, ma ciò che davvero differisce l’uno dall’altro è l’obiettivo: il professionista vocale lavora per migliorare ed ottimizzare la sua performance, mentre il paziente patologico lavora per gradi ed è accompagnato in un percorso che porti ad uno stato di equilibrio emotivo. In ogni caso, parto sempre e comunque dall’ascolto di se stessi.

Realmente non so mai chi mi capiterà in un seminario, quindi la cosa fondamentale è non dimenticarsi mai di utilizzare la Voce con estrema attenzione, perché non tutti possono essere preparati ad un lavoro così personale, perché qui non si parla di lavoro tecnico o su spartito – per intenderci, ma si parla di emozioni, di situazione psicofisica, a cui bisogna affacciarsi con estrema cura e sensibilità. Naturalmente nel caso di pazienti affetti da tossicodipendenza, depressione, ansia, autismo, varie lesioni cerebrali, mi affianco a medici specialisti (come neurologi, psicologi e psicoterapeuti, omeopati, ecc.). Non è facile lavorare in questi ambiti, bisogna avere determinate competenze e la musicoterapia può ottenere delle risposte positive in certi casi: per esempio, è ormai stato attestato che l’utilizzo della Voce come strumento terapeutico principale vede la mia metodologia (Vocal Harmonics in Motion®) particolarmente indicata per il recupero dei pazienti affetti da afasia o da patologie legate alla Voce e alla comunicazione. Per quanto riguarda la relazione tra musica e linguaggio nei pazienti pediatrici con disturbo dello spettro autistico, uno studio internazionale ha valutato l’efficacia della musicoterapia, in particolare dell’improvvisazione musicale, su un campione di quasi 400 bambini autistici di 4-7 anni di nove Paesi diversi, fra cui il nostro.

Risultati molto importanti. Non c’è alcun dubbio: l’Arte è phàrmakon per il corpo e per l’anima.

Assolutamente sì. Uso sempre un’immagine [v. sopra] come metafora del mio lavoro: sembra un semplice oggetto rotto, da buttare, ma in realtà è un oggetto le cui parti frantumate sono state rimesse a nuovo riempiendole di oro, cosicché l’oggetto possa essere conservato intero, non a cocci, persino rivalutandolo. Si chiama Kintsugi, l’arte giapponese di riparare oggetti rotti; metaforicamente è l’arte di ridare valore alle proprie ferite, abbracciando pienamente la bellezza delle “cicatrici”. La stessa cosa succede quando io lavoro sulla Voce di una persona, sia a livello artistico che terapeutico: so bene di avere a che fare con la sua storia personale, quindi con le sue gioie ma anche con i suoi dolori; se le sue ferite riescono a riempirsi di oro riacquistano valore trasformandosi in forza e tutto viene poi automaticamente a ricadere sulla Voce (nell’interpretazione di una canzone come nella quotidianità).

Proprio così esce fuori la nostra vera essenza e non abbiamo più paura di nasconderci, perché sono proprio le nostre ferite a renderci davvero unici.

Due parole, tecnica e improvvisazione: cosa le viene in mente? Quanto è importante l’una e l’altra per essere un artista vocale?

Secondo me sono importanti ambedue, sono a 50 e 50. La tecnica serve prima di tutto ad imparare come non farci male e poi ad evolvere vocalmente, mentre l’improvvisazione ci dà la libertà di esplorare dei linguaggi sempre diversi e sconosciuti, pur facendoci capire ugualmente tante cose con maggiore spontaneità.

Potremmo dire che il lavoro prettamente di musicoterapia è basato più sull’improvvisazione che sulla tecnica?

 La musicoterapia, anche quella non vocale, o meglio la metodologia con cui mi sono formato – che è il modello Benenzon (dal nome del fondatore Rolando Omar Benenzon, musicista e psichiatra argentino) – è basata sul non verbale (con l’utilizzo di Voce e strumenti) e sull’improvvisazione, è un dialogo sonoro a tutti gli effetti, dove tu dici senza dire con le parole, ma semplicemente interagendo con gli strumenti e con la tua stessa Voce. Insomma improvvisazione pura. In ambito pienamente artistico, invece, tecnica ed improvvisazione devono andare di pari passo, l’uno può prevalere sull’altro saltuariamente, ossia può capitare che l’uno si scontri fortemente con l’altro, ma comunque sono entrambi parte attiva del processo di comunicazione ed espressione artistica e – secondo me – bisognerebbe lavorare sempre in maniera sinergica e complementare. La tecnica non può esistere senza l’altra e viceversa.

Concludo chiedendole una cosa a cui potrà rispondere anche con poche semplici parole che possano sintetizzare un po’ il motivo per cui ha scelto la difficile, affascinante e delicata strada dell’Arte e delle emozioni: per lei, cos’è la Voce o Voce-Corpo?

 Mi sento di dire che non ho scelto, ma sono stato scelto. Inizialmente la strada che avevo intrapreso era completamente diversa da quella attuale, poi ad un certo punto, quasi casualmente, sono stato scelto dalla via della Voce e non ho potuto fare a meno di percorrerla. Quindi per me è tutto, è il mio lavoro, la mia passione, la mia espressione artistica, tutto si fonde nel mio percorso di essere umano. Sono nel posto giusto a far la cosa giusta. Aggiungo che faccio la cosa più bella del mondo. Spero sempre di trasmettere l’entusiasmo con il mio lavoro e per il mio lavoro. Nel momento in cui trovi la tua direzione non c’è nient’altro, sei talmente dentro, come in un flusso continuo e costante, da non dover neppure cercare altro, devi solo essere. Una volta che sei davvero a fuoco, nel tuo ambiente, arriva tutto: le persone giuste, il lavoro, le occasioni. Neppure l’Universo può andare contro di te, perché tu sei quello e basta, tutto funziona esattamente come deve essere.

Grazie infinite per la sua preziosa disponibilità e gentilezza.

 Grazie a te.

SERENA VERGA cantautrice, cantante interprete e attrice. Laureata in Lettere e con Laurea Magistrale in Spettacolo e Produzione Multimediale conseguita con Lode. Esperta in Vocologia Artistica. Ha studiato in accademia sia musica che teatro (anche musical), vantando la partecipazione a tantissimi corsi e stage con Maestri nazionali e internazionali. Ama scrivere. Insegnante di canto e voce, si occupa anche di direzione corale e di laboratori teatrali. Studiosa e sperimentatrice vocale, spazia fra vari generi e stili, dal pop al jazz e al musical, senza mai tralasciare la bellezza dell’improvvisazione e le innumerevoli possibilità di espressione ritmica e di interpretazione artistica. È critica musicale e teatrale, cinematografica e televisiva.

E-mail: serenaverga@yahoo.it

YouTube: https://www.youtube.com/user/88Serena
Facebook (profilo personale): https://www.facebook.com/sere.verga
Facebook (pagina artistica): https://www.facebook.com/serenaverga.voice
Instagram: https://www.instagram.com/serena.verga

DiLorenzo Pierobon

La metafora della vista (Laura Canepa)

Visus Occhio Destro 10/10
Visus Occhio Sinistro 4/10 con correzione -1.00sph 10/10
E siamo a posto ! Ma siamo veramente a posto ?
In effetti porre una lente davanti all’occhio che non vede significa ridare “luce” a quell’occhio, significa aiutarlo a “vedere”…è un bel lavoro che aiuta velocemente a superare un disagio.
Un disagio di cui purtroppo non si conosce la causa o si pensa che non si possa conoscere.
Sarebbe importante chiedersi come mai un occhio non riesce a vedere
Sarebbe interessante ricostruire la storia di quell’occhio e di quello che ha visto o di quello che non ha potuto vedere.
Il mio lavoro consiste proprio nell’insegnare agli occhi a “vedere di nuovo”
Il nostro corpo parla, i nostri occhi conducono il nostro corpo nello spazio.
Attraverso il “movimento” coordinato e armonico, possiamo riprendere per mano la funzione visiva dimenticata e riattivarla. Il processo è rilassante e soprattutto ludico, è un viaggio alla ricerca di una parte di se che crediamo perduta e dimenticata. Quando si verifica un “Blocco energetico oculare “che provoca la cattiva visione”, si può sciogliere proprio con il movimento accompagnato dalle vibrazioni della musica, frequenze che fanno vibrare le nostre cellule.
Ho avuto un’esperienza molto illuminante quando diversi anni fa seguivo una paziente che, reduce da chirurgia refrattiva ,frequentava il mio studio per vedere meglio e risolvere anche quel piccolo residuo miopico che l’intervento le aveva lasciato. Ebbene , la introdussi al Metodo Bates e comprese la connessione tra occhi e corpo, tra occhi e respiro, tra occhi ed emozioni , tra vista e movimento….e molto altro ! Comprese molti aspetti della sua vista ed entrò in un mondo percettivo diverso fatto di profondità, di spazio e di luce che prima non conosceva. La invitai a partecipare a un corso di Canto armonico che Lorenzo Pierobon teneva a Genova. Fu così che conobbe le frequenze della sua voce e le vibrazioni emozionanti che le procuravano. Sentì sciogliere dentro di se qualcosa di raggrumato che non voleva andare via…sentì i suoi occhi lasciare andare tutta quella rigidità che la chirurgia non aveva potuto eliminare .
E soprattutto divenne sensibile ai cambiamenti della sua visione, della sua percezione godendo di una vista migliore, arricchita da spazi ed emozioni.
Comprendere il concetto di frequenze aiuta ad ampliare la nostra sensibilità e il nostro benessere semplicemente ponendoci in ascolto di noi stessi, delle frequenze del nostro cuore, della nostra voce e dei nostri occhi. Oggi più che mai è importante ampliare la nostra consapevolezza e attingere a energie interiori che danno spazio al nostro animo e potenziano la nostra resilienza. Noi siamo molto di più di quello che pensiamo!
Laura Canepa
Nasce a Genova dove vive e lavora.Si laurea in Ortottica nel 1992.Nell’anno 2001 fonda L’aiev, Associazione Italiana Educatori Visivi. Nel 2008 fonda Aivon , Associazione Internazionale per la visione olistica naturale E’ socia di Sipnei , Società Italiana di psiconeuroendocrinoimmunologia Il suo lavoro e i suoi studi sono tesi a ridare benessere visivo alle persone che desiderano curare la propria vista e la salute degli occhi con metodi naturali. Il Metodo Bates di Laura Canepa si integra con altre discipline.
Studio: Genova, Corso Gastaldi, 53/a/r www.vistabates.it www.vivilavista.blogspot.com
Cell. 3479311720 Tel.010317084

Per approfondire l’argomento leggi: Sentire con gli occhi