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La rete multimodale nella gestione dei gruppi vocali: teoria e pratica

Quando si parla di rete multimodale nel suo senso classico, ci si muove dentro un territorio che appartiene alle neuroscienze, alla psicologia cognitiva e alla teoria dei sistemi complessi. Una rete multimodale, in questo contesto, è l’integrazione simultanea di più canali di informazione: sensoriali, motori, cognitivi, emotivi. Il cervello non elabora il mondo a compartimenti stagni, ma attraverso reti distribuite che mettono in dialogo vista, udito, tatto, memoria, emozione e intenzione. Ogni esperienza significativa nasce dall’attivazione coordinata di più modalità, non da una sola.

In ambito terapeutico, educativo e riabilitativo, il concetto classico di rete multimodale viene usato per spiegare perché un apprendimento o un processo di cura è più efficace quando coinvolge più canali contemporaneamente. Non basta capire qualcosa con la testa: serve sentirla nel corpo, vederla, ascoltarla, agirla. La multi modalità, qui, è una strategia di potenziamento dell’esperienza e di integrazione neurale. È un modello che descrive come funziona il sistema umano quando è in salute o quando viene stimolato in modo efficace.

La rete multimodale classica osserva il sistema dall’esterno, come se l’esperienza potesse essere mappata senza essere attraversata. La voce, in questo scenario, è uno dei canali possibili, spesso ridotta a veicolo di linguaggio o a stimolo uditivo. Utile, certo, ma non centrale.

Quando si parla di conduzione di un gruppo attraverso la voce, resiste ancora l’idea che il ruolo di chi guida sia soprattutto pedagogico o direttivo. Spiegare, chiarire, indicare una direzione. Ma chi lavora davvero con la voce, chi la attraversa come esperienza viva e non come tecnica, conosce un’altra verità: il gruppo non segue ciò che viene detto, segue ciò che viene sentito. Segue uno stato, una qualità di presenza, una coerenza profonda che si irradia prima ancora delle parole.

Il gruppo si sintonizza istintivamente sul corpo del conduttore, sul suo respiro, sulla densità del silenzio che porta con sé. Emozioni, immaginazione e relazione si allineano o si disallineano a partire da lì. È in questo spazio di risonanza che la rete multimodale emerge non solo come un metodo da applicare dall’esterno, ma come una struttura viva, organica, già presente nel campo, che chiede solo di essere riconosciuta e abitata.

La rete multimodale trasforma la voce da semplice emissione sonora a evento percettivo complesso. Ogni atto vocale autentico mette in moto simultaneamente più piani dell’esperienza. Il corpo vibra, l’emozione si muove, l’immaginazione si accende, la relazione si riorganizza. Quando questi modi sono allineati, la voce del conduttore smette di guidare frontalmente e inizia a creare le condizioni affinché il gruppo trovi il proprio equilibrio interno, la propria capacità di auto-regolazione.

Il primo livello su cui questa rete si manifesta è il corpo. È il fondamento biologico e percettivo di ogni processo terapeutico. Un gruppo, prima ancora di potersi aprire all’ascolto emotivo o simbolico, deve sentire sicurezza. Il sistema nervoso dei partecipanti scansiona continuamente l’ambiente alla ricerca di segnali di stabilità. In questa fase la voce del conduttore agisce come un’ancora. Non si tratta semplicemente di produrre un suono, ad esempio grave, ma di incarnare la gravità. Una voce che risuona nel bacino e nell’addome comunica implicitamente che c’è terra sotto i piedi, che il corpo può appoggiarsi.

Nella pratica, questo avviene spesso in modo molto semplice. Il gruppo è seduto o in piedi, gli occhi possono chiudersi. Il respiro rallenta, con un’espirazione più lunga dell’inspirazione, e da questo spazio emerge una vocale profonda, una “U” scura, quasi primordiale. La vibrazione scende lungo la colonna vertebrale, si raccoglie nel bacino, sembra affondare nella terra. Il conduttore non chiede di “fare” qualcosa, ma di diventare pesanti con il suono, di sentire come la vibrazione massaggia gli organi interni. Dopo qualche minuto, il silenzio che segue è già diverso. Il corpo del gruppo è cambiato.  È la saggezza del “sentire”, una conoscenza che non ha bisogno di immagini elevate, ma di presenza densa.

Quando il corpo del gruppo è stabilizzato, la rete si espande naturalmente verso il secondo modo, quello emotivo. La voce risale nel torace e cambia funzione. Non deve più soltanto sostenere, ora deve accogliere. Il cuore diventa una cassa di risonanza collettiva. Suoni rotondi, come una “A” calda associata a una “mmm”, attivano una vibrazione che si espande dal centro del petto e coinvolge il campo relazionale. Qui non si cerca una catarsi disordinata, ma la capacità di contenere e far vibrare ciò che è presente.

In ambito terapeutico questo passaggio è cruciale. È il momento in cui le emozioni individuali smettono di essere personali e diventano esperienza condivisa. Un esercizio emblematico in questo senso è il lavoro a coppie, dove una persona emette un suono che riflette sinceramente il proprio stato emotivo del momento, mentre l’altra ascolta con tutto il corpo. Dopo qualche istante, l’ascoltatore entra nel suono, cercando di rispecchiarne timbro e intenzione emotiva. Non per imitare, ma per sintonizzarsi. In questo gesto semplice avviene qualcosa di profondo: l’emozione viene riconosciuta senza essere nominata, validata senza essere analizzata. La voce del conduttore, in questa fase, dice implicitamente al gruppo: ciò che senti è sostenibile, può essere visto, condiviso.

Da questo spazio di risonanza emotiva nasce spontaneamente il lavoro collettivo. Il canto circolare non è più una tecnica, ma una conseguenza naturale del campo che si è creato. I partecipanti si dispongono in cerchio e iniziano a tessere un suono comune, ognuno aggiungendo ciò che sente necessario. Il conduttore non dirige in modo rigido, ma ascolta, entra ed esce dal flusso, a volte sostenendo una pulsazione, a volte ritirandosi nel silenzio. Il gruppo impara a percepirsi come organismo, a regolare da sé intensità, densità, respiro. È qui che la risonanza empatica diventa uno strumento di co-regolazione profonda.

Quando il campo emotivo è sufficientemente sicuro e condiviso, la rete può aprirsi al terzo modo, quello immaginativo. La voce sale, si fa più sottile, meno ancorata alla funzione comunicativa. Le frequenze alte, le vocali chiuse, i suoni nasali attivano la zona del cranio e portano il gruppo verso stati ipnagogici, quella soglia delicata tra veglia e sogno. In questo spazio la voce diventa un pennello, non descrive la realtà, la evoca, la dipinge. Suoni sottili, come una “I” prolungata, sembrano illuminare immagini interne. Non vengono chieste visualizzazioni guidate, ma si lascia che le immagini emergano come risposta vibratoria al suono. Spesso, dopo qualche minuto, dal gruppo affiorano frammenti di canto, fonemi che sembrano raccontare una storia antica o un sogno collettivo. Qui la cura si manifesta aggirando la mente razionale. L’inconscio viene toccato senza essere forzato, senza interpretazioni.

Il quarto modo della rete è quello relazionale, e in realtà attraversa tutti gli altri. È la consapevolezza del campo come sistema vivente. In questo livello il conduttore smette definitivamente di essere il centro e diventa un nodo tra i nodi (rete multi nodale). La conduzione si riduce all’ascolto, a interventi minimi, di sottrazione, a volte basta abbassare il volume della propria voce per permettere al gruppo di emergere, altre volte si introduce una pulsazione semplice per evitare la dispersione. Il gruppo inizia a funzionare come un super-organismo capace di autoregolarsi attraverso il suono e la voce.

Quando la rete multimodale è attraversata nella sua interezza, il gruppo sperimenta uno stato di integrazione raro. Il corpo è radicato, il cuore è aperto, la mente è visionaria, le relazioni sono pulite e fluide. La chiusura non ha bisogno di grandi gesti. Un respiro condiviso, un ultimo suono armonico, il silenzio che ritorna pieno (Hesychia). In quel silenzio si percepisce chiaramente che la voce non è stata uno strumento performativo, ma uno spazio di cura. Un luogo vivo, condiviso, in cui qualcosa di autentico ha potuto finalmente accadere.

Lorenzo Pierobon 2025 ©

Il nuovo album di d-safe: Minimo stimolo

Il 10 marzo 2024 la performance “mINIMosTIMOLo” si è materializzata  con la partecipazione di un attento pubblico. Il giorno seguente, nel medesimo spazio, è stata registrata una sessione continua su sei tracce (voce, chitarra e loop, durata 62:20) da cui è stato tratto il materiale sonoro dell’album.
In fase di mix non sono stati apportate correzioni o sovraincisioni.
si consiglia l’ascolto in cuffia
On March 10, 2024, the performance “mINIMosTIMOLo” took place in Monza before a small and attentive audience.
The following day, @ same venue, a 62:20 live improvisation was recorded on six tracks, which became the basis for the album.
No editing or overdubs were applied in the mixing process.

released November 15, 2025

Pancaldi: guitar + pedals + Pancaltulator™
Lorenzo Pierobon: voice + electronics

recording, mix, mastering: Giuseppe Ielasi
cover: Pierobon + Fabrizio Grigolo
produced by Pancaldi + Pierobon

all rights reserved

Hesychia

Il momento in cui la voce tace e tutto sembra sospeso non è ancora suono, non è più semplice respiro. È uno spazio intermedio, fragile e denso, dove il tempo si piega su sé stesso. In greco antico questo spazio ha un nome: hesychia., ἡσυχία che significa silenzio, quiete, tranquillità profonda. È una parola che nasce nel contesto del monachesimo cristiano orientale, e non indica semplicemente l’assenza di rumore, ma uno stato interiore di calma e presenza che si raggiunge attraverso la pratica del raccoglimento, della preghiera e della contemplazione.

Nel filone dell’esicasmo (dal greco hesychasmós), i monaci cercavano di entrare in una condizione di “pace del cuore”, dove il pensiero si fa trasparente e la mente si placa. L’Hesychia non è solo meditazione, ma una forma di ascolto radicale, in cui la parola sacra viene ripetuta fino a dissolvere il rumore mentale, lasciando emergere una presenza pura.

In senso più ampio, è lo stato del vuoto fertile, simile al silenzio interiore che molte tradizioni contemplative, anche orientali, hanno cercato: un centro immobile attorno al quale tutto può muoversi senza turbare. È una qualità che non è passività, ma attenzione vigilante.

Non si tratta di un silenzio vuoto, ma di un silenzio abitato, un silenzio che vibra come una sorgente sotterranea, non è solo assenza di rumore: è una qualità della presenza, un modo diverso di abitare il mondo. I monaci orientali la ricercavano attraverso la preghiera del cuore, ripetuta fino a dissolvere i pensieri. In quel silenzio, il cuore si allineava al respiro e il respiro alla voce interiore, generando uno stato di quiete che era al tempo stesso intensità e vigilanza. Nell’esperienza vocale, è la soglia che precede il canto. È il respiro che si ferma un istante prima dell’attacco, è la sospensione che contiene tutte le possibilità. La voce che nasce da lì porta con sé un’altra qualità: non è solo suono, ma presenza incarnata. È come se chi ascolta percepisse che non sta ricevendo un messaggio, ma entrando in un campo vibrante che lo riguarda da vicino.

Ogni voce autentica affonda le sue radici nel silenzio. Senza silenzio, il suono diventa superficie, parola detta senza radici, canto che scivola via. L’hesychia, invece, è il terreno fertile dove la voce trova nutrimento. È il grembo invisibile da cui ogni vibrazione prende forma. Immagina il momento in cui un cantante armonico inizia a generare gli overtone. Prima c’è un ascolto quasi invisibile, un raccoglimento che permette all’orecchio di percepire la trama sottile degli armonici, se questa sensazione non è presente, la mente corre, l’attenzione si frantuma e gli armonici si disperdono. Ma quando la quiete interiore diventa solida, allora la voce si apre come un prisma: dentro un solo suono si rivelano mondi. In questo senso, l’hesychia è un alleato del canto. Non è un silenzio che spegne, ma un silenzio che genera. È lo spazio che permette al suono di fiorire nella sua interezza.

Lorenzo Pierobon 2025 ©

VOICELAB laboratorio di ricerca vocale 27 gennaio – Monza

VOICELAB laboratorio di ricerca e sperimentazione vocale

il martedi con cadenza quindicinale dalle 20:30 alle 22:30 presso BB STUDIO via montelungo, 18 Monza 

prossima data 13 gennaio

Prossima STAGIONE: 27 gennaio-10 24 febbraio-10 24 marzo 2026

pierobon.lorenzo@gmail.com

Attraverso questo percorso entrerai in contatto con nuovi spazi liberi da condizionamenti e giudizio, farai esperienza di libertà e bellezza, insieme al gruppo svilupperai empatia e coltiverai i tuoi talenti.

Il percorso utilizza la voce come veicolo privilegiato per un viaggio nell’universo del suono e della vibrazione. Ci accompagneremo con ascolti musicali mirati, pratiche vocali, strumenti musicali e meditazioni sonore. Saranno presenti supporti audio e video per ampliare l’esperienza e dare continuità al lavoro. L’obiettivo è duplice: da un lato l’apprendimento del canto armonico e delle sue tecniche, dall’altro la ricerca vocale intesa come sperimentazione viva, capace di generare trasformazione e consapevolezza. Accanto al corso principale, sarà possibile partecipare a seminari mensili di approfondimento, a incontri individuali e a seminari residenziali, momenti privilegiati di immersione dove la voce si intreccia con il silenzio, il corpo e la natura.

Temi e percorsi esplorativi

  • il respiro come radice del suono e ponte tra corpo e coscienza.
  • la voce come laboratorio interiore di trasformazione, capace di unire materia ed energia.
  • esplorare le figure simboliche che abitano il nostro immaginario sonoro.
  • riscoprire l’unità tra gesto e vibrazione, corpo e timbro.
  • la potenza degli armonici e delle ripetizioni sonore come strumento di centratura e meditazione.
  • il suono come atto creativo, energia direzionata che plasma la realtà.
  • il canto come via di trascendenza, liberazione ed espansione della coscienza.
  • dialogo tra scienza e esperienza, dove la vibrazione diventa chiave interpretativa del reale.
  • i rapporti armonici che collegano voce, forma e proporzione.

 

 

Kheri-heb

“Ascolta.Non si canta solo con la voce. Si canta con il respiro, con il sangue, con la memoria di ciò che è antico. Noi, i Kheri-heb, custodi delle parole che vivono oltre il tempo, non pronunciamo mai un suono senza sapere che è un’offerta. Anche un singolo respiro è un ponte tra il visibile e l’invisibile.”

Il vecchio sacerdote mi condusse in una stanza senza finestre, illuminata da una sola fiamma. L’aria era ferma, come se il tempo avesse smesso di scorrere. Mi fece cenno di stare in piedi, con i piedi ben piantati nel suolo.

“Prima ancora di parlare, radicati. Il suono non nasce dalla gola, ma dalla terra stessa, che ti attraversa. Chiudi gli occhi. Respira come se bevessi il silenzio.”

Inspirai lentamente. Sentii un fresco scendere nei polmoni, mentre la sua voce bassa mi guidava.

“Ora, lascia che il respiro scenda ancora più giù, fino al centro nascosto del ventre. Quando espiri, fallo senza fretta, come se stessi restituendo al mondo un segreto antico.”

Seguì un silenzio carico. Poi, con “giusta voce”, cantò per me il suono sacro.

Non era un semplice canto. Era una vibrazione che sembrava aprire uno spazio invisibile nella stanza. Quando lo ripetei, sentii una risonanza diffondersi nel petto, come se qualcosa dentro di me si fosse spostato di un millimetro verso un luogo sconosciuto ma familiare.

“Ogni volta che canti questa potente formula, sussurrò, “immagina che le tue parole siano un raggio che apre una porta. Non è una porta che si vede con gli occhi. È una soglia che si sente.”

Ripetemmo tre volte. Dopo ogni emissione, restavamo immobili, ad ascoltare la traccia che il suono aveva lasciato nell’aria. Sembrava che anche la fiamma si muovesse al ritmo della nostra voce.

Quando l’ultimo suono svanì, portai una mano al cuore e l’altra all’ombelico, come lui mi aveva insegnato. Inspirai una volta ancora, restando in ascolto.
Il rito era compiuto, eppure la sensazione era che una parte di me fosse rimasta dall’altra parte della soglia.

“Ricorda,” disse prima di spegnere la fiamma, “il vero canto non finisce quando la voce tace. Continua a vivere dentro di te.”

Lorenzo Pierobon 2025 ©

Il Calice. Offerta e trasformazione

Ci sono forme che abitano l’inconscio collettivo come se fossero strutture archetipiche. Il calice è una di queste. Non è solo un oggetto, non è nemmeno soltanto un simbolo: è un contenitore di energie, una figura viva che attraversa miti, riti, e visioni. È un grembo, ma anche un tempio. È il luogo in cui la materia si trasforma e lo spirito si manifesta. Chi lavora con il suono e con la  voce, chi ha esplorato il corpo come luogo di coscienza, lo sa: ci sono momenti in cui non siamo più noi a cantare, ma qualcosa ci attraversa. In quei momenti, il corpo stesso si fa calice.

Tutto parte da un gesto, da una postura, da una disposizione interna. Le mani che si aprono a coppa, i gomiti che si divaricano come i bordi di una coppa antica, il busto che si rilassa e accoglie. Ma non è semplice anatomia: è un’architettura sacra. Il calice è forma di raccolta e di offerta. È insieme apertura e contenimento. È la soglia tra ciò che è invisibile e ciò che si manifesta. E questo gesto — che all’inizio può sembrare solo fisico — in realtà è un atto interiore, una disposizione alla ricezione.

Il simbolismo del calice si ritrova ovunque: nei culti antichi della Dea, dove il vaso sacro rappresentava il grembo della Terra e il principio della vita; nei misteri greci, dove era l’utensile del mescolamento tra vino e acqua, ovvero tra spirito e corpo; nella coppa del Graal, che più di ogni altro oggetto incarna il mistero dell’incontro fra umano e divino. Ma si ritrova anche nella Kabbalah, dove la Shekinah, la presenza del divino, è spesso evocata come un calice che raccoglie la luce. È presente nei Tarocchi, nella coppa dell’Asso di Coppe che trabocca d’acqua spirituale, o nella Regina che la regge come se fosse un cuore segreto. E nell’alchimia, dove vas hermeticum è il vaso chiuso, l’alambicco in cui la materia prima si dissolve per rinascere.

Il calice è, in ogni tradizione, uno strumento di trasformazione. Ma non trasforma per reazione: trasforma per presenza. Perché è il vuoto che crea la possibilità del pieno. È la forma che accoglie il mistero. Non funziona se è pieno di sé: funziona quando è vuoto ma pronto. E in questo senso, il calice è un simbolo radicale, quasi provocatorio, in una cultura che ci spinge costantemente a riempire, a esprimere, a dire. Il calice insegna il contrario: insegna a preparare lo spazio, a creare la condizione, a ricevere ciò che non può essere forzato.

Nella mia ricerca vocale, questo archetipo ha assunto via via un ruolo centrale. Non perché io lo abbia scelto: ma perché è emerso, spontaneamente, come accade con i veri simboli. Si è fatto sentire. Prima come gesto, poi come intuizione, poi come pratica viva. La voce, quando entra in relazione con il calice, cambia natura. Non è più suono diretto, volontario. Diventa eco del vuoto, risposta di qualcosa che non può essere previsto. Il calice vocalico non produce, ma chiama. Non proietta, ma riceve e poi lascia andare.

C’è una potente analogia tra le tre fasi della pratica e le tre configurazioni del calice. Seduto, con i gomiti aperti all’altezza dell’ombelico: il calice è basso, terrestre, legato al radicamento, alla raccolta delle acque interiori. In piedi, con le mani a coppa davanti alla gola: il calice è al centro, allineato al cuore e alla gola, punto d’incrocio tra emozione e vibrazione. Infine, il calice cosmico: braccia sollevate, corpo che si fa colonna, mani che si aprono verso l’alto — il calice diventa offerta, risonatore celeste, antenna sonora. Ogni posizione corrisponde a un’attitudine dell’anima, a un diverso livello del processo trasformativo.

Ma quello che più mi affascina è come questa geometria invisibile agisca a prescindere dalla nostra volontà. Quando il corpo assume questa forma, qualcosa inizia ad accadere. Non c’è bisogno di comprendere tutto: è sufficiente sentire. Il calice è una forma che accadedentro il corpo. Ed è allora che la voce si allinea, che il suono si verticalizza, che la vibrazione si organizza in modo nuovo. Non si tratta solo di tecnica vocale: è una questione di presenza. Di disposizione rituale. Di accordatura interiore.

In molte tradizioni spirituali, il calice è anche il luogo della conoscenza indicibile. È il contenitore dell’Akasha, della memoria del mondo, di ciò che non si può afferrare con la logica. È il luogo dove la voce del mondo può depositarsi. In questo senso, il calice è strumento di ascolto prima ancora che di espressione. Ecco perché la voce che nasce dal calice ha una qualità diversa: è densa, ma non pesante. È piena, ma non invadente. Filosoficamente, il calice è una soglia. Un concetto liminale. È il punto in cui il dentro e il fuorisi incontrano senza fondersi, ma rimanendo in relazione viva. Nella voce questo si percepisce con forza: quando il suono viene generato dal calice, non è più interamente mio, né interamente dell’altro. È intersoggettivo, é comunione vibrante. Diventa ponte, trasmissione, evento sonoro condiviso, voce che si fa spazio, che non ha più bisogno di affermarsi.

Non è un caso che nelle iniziazioni antiche il calice fosse sempre presente. Si beveva da una coppa per suggellare un patto, per assumere un sapere, per essere trasformati. Ma il vero calice iniziatico non era quello esterno: era la disposizione interiore a lasciarsi svuotare. Il vino, il sangue, l’acqua sacra  erano solo simboli esteriori di un processo più profondo. Il calice rituale era lì per ricordare che l’anima, per essere riempita di luce, deve prima imparare a essere vuota.

E forse è proprio questa la lezione più potente del calice: che la voce più vera nasce da un centro vuoto. Che il suono più naturale non è quello che decidiamo, ma quello a cui  permettiamo di manifestarsi. E che il corpo, quando si fa calice, diventa luogo in cui l’invisibile può manifestarsi attraverso la vibrazione.

Chi ha vissuto un’esperienza vocale autentica lo sa. In un certo istante, inspiegabile, la voce si trasforma. Non è più solo tua. Non è più solo suono. È rivelazione. È presenza sonora del mistero. È il calice che canta.

Lorenzo Pierobon 2025 ©

Seminario: Oltre la Voce il rito del Solstizio 18-21 giugno 2026- Rapallo (GE)

Montallegro-Rapallo  18-19-20-21

nella serata di sabato  20 giugno verrà proposto un concerto rituale , nella splendida cornice del bosco superiore (aperto al pubblico esterno), dell’Harmonics Art Ensemble composto dai partecipanti al seminario più ospiti speciali.

Un bosco magico pieno di lucciole, un panorama mozzafiato, un luogo incantato; questa sarà  la cornice  dell’edizione 2024 del seminario OLTRE LA VOCE.

20ma  edizione:

Asclepeion il tempio della Voce condotto da Lorenzo Pierobon. Un’occasione per entrare in contatto profondo…

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Seminario: la voce nella terapia e nella relazione di aiuto 28-29 marzo 2026 – Trieste

La Voce risulta spesso uno “strumento emarginato” nelle relazioni e ancor di più nelle pratiche di cura, ricopre invece un ruolo fondamentale per instaurare un vincolo efficace e per creare un’identità personale ed una coesione gruppale favorevole ad un percorso terapeutico.
Indagare i differenti aspetti della propria voce è una “via” personale che porta “armonicamente” alla conoscenza di se stessi e una relazione sana con gli altri. La voce può quindi recuperare per ognuno di noi la sua collocazione interiore e la sua centralità , e questo grazie al suo ” ascolto”, che in pratica significa ascoltare se stessi.”Sentire” la propria voce equivale a cercare e trovare le strade possibili per una nuova e più autentica relazione con il proprio mondo interno e con il mondo esterno.
Del resto è innegabile che la voce racchiuda il vissuto più o meno segreto che ognuno di noi porta dentro di sé , e la sua espressione, tonalità, timbro, frequenza ecc., ne sono da esso condizionati.

www.musicoterapiavocale.com/presentazione

www.musicoterapiavocale.com/programma-di-pierobon

Laboratorio: Il mistero della Voce LAB. 7 marzo – Firenze

dalle 14 alle 18  Tutte le date:    7 Marzo 2026 –  9 maggio 2026

Spazio MAKTUB Via Pietro Metastasio 15 ZONA DI PORTA ROMANA

SUONI DELL’ANIMA-L’ESSENZA NASCOSTA DELLA VOCE

laboratorio di canto armonico, ricerca e sperimentazione vocale con Lorenzo Pierobon.

Il percorso è finalizzato all’apprendimento del canto armonico, alla ricerca vocale e alla sperimentazione attraverso lo strumento “voce”, mezzo potente ed efficace per il benessere globale della persona, in grado di liberare tensioni, blocchi, stress e ristabilire armonia. Un viaggio nel magico e misterioso mondo della voce per scoprirne tutte le possibilità , non solo dal punto di vista artistico, ma anche e sopratutto dal punto di vista spirituale ed energetico.

VISUALIZZA QUI IL PROGRAMMA DETTAGLIATO

info: cantoarmonicofirenze@gmail.com cell. 3402843870

Laboratorio: IL MISTERO DELLA VOCE 8 marzo – Lucca

dalle 9.30 alle 13:30 : 8 marzo 2026 – 10 maggio

esploreremo lo strumento “Voce”dal punto di vista artistico, ma anche e sopratutto dal punto di vista spirituale ed energetico. La meditazione con il suono, la voce e gli stati di coscienza, la voce come strumento per la ricerca spirituale, questi alcuni degli argomenti trattati. Laboratorio di canto armonico, ricerca e sperimentazione vocale

Un lavoro profondo e adatto a tutti che unisce all’utilizzo del suono e della voce un naturale movimento corporeo e pratiche di respirazione profonda.

Esploreremo inoltre la ritualità, la condivisione e la contemplazione della dimensione del sacro attraverso l’uso di questo affascinante “strumento musicale

VISUALIZZA QUI IL PROGRAMMA DETTAGLIATO

Centro AMRITA via del Brennero 344 S.Marco, Lucca
INFO E PRENOTAZIONI
cell 329 3773096 patrimartix@gmail.com
cell 335 7581124 avaditi542@gmail.com