
Nel mondo dei sintetizzatori questo fenomeno è molto evidente. Quando si parla di feedback auto-organizzato non si intende semplicemente il classico ritorno di segnale che produce un feedback o una saturazione. Nei sintetizzatori modulari, per esempio, il segnale può essere reintrodotto nel sistema attraverso percorsi non lineari. Un’uscita può rientrare in un filtro, il filtro può modulare un oscillatore, l’oscillatore può a sua volta influenzare un inviluppo o un generatore di controllo. A quel punto il circuito non si comporta più come una semplice catena lineare ma come un sistema dinamico. Ogni variazione in un punto del sistema modifica tutto il resto.
Quando il canto armonico viene praticato in gruppo succede qualcosa di molto simile a ciò che accade nei sistemi di feedback complessi. Non siamo più davanti a singole voci isolate ma a un campo sonoro collettivo. Ogni voce entra nel sistema come una sorgente che interagisce continuamente con le altre.
Nel canto armonico questa interazione è particolarmente intensa perché la voce non produce soltanto una nota fondamentale. Genera anche una serie di armonici che possono essere messi in evidenza con la modulazione della cavità orale, della lingua e delle labbra. Quando più persone fanno questo contemporaneamente si crea una trama acustica estremamente ricca. Le serie armoniche delle diverse voci iniziano a sovrapporsi, a rinforzarsi o a interferire tra loro.
A quel punto il gruppo funziona come una rete di feedback acustico naturale. Ogni cantante ascolta il campo sonoro complessivo e modifica inconsciamente microparametri della propria emissione: l’intonazione, l’intensità, la posizione del suono. Queste piccole regolazioni cambiano l’equilibrio generale e generano nuove configurazioni armoniche che a loro volta influenzano gli altri cantori.
Il risultato è un sistema auto-organizzato.
Spesso, durante queste pratiche, emergono fenomeni che non sono stati pianificati. Si percepiscono pulsazioni collettive, battimenti ritmici tra armonici vicini, oppure armonici molto chiari che sembrano apparire nello spazio tra le voci. Alcuni partecipanti raccontano addirittura di sentire una sorta di “terza voce”, come se il gruppo generasse un suono supplementare.
Dal punto di vista acustico questo avviene perché le onde sonore delle diverse voci entrano in interferenza costruttiva e distruttiva. Ma dal punto di vista percettivo l’esperienza è più complessa: il gruppo diventa una specie di organismo sonoro unico.
In questo contesto possono verificarsi anche vere e proprie biforcazioni del sistema vocale collettivo. Basta una variazione minima qualcuno che sposta leggermente la fondamentale, qualcuno che enfatizza un altro armonico perché l’intero campo sonoro cambi configurazione. Una tessitura stabile può improvvisamente trasformarsi in una pulsazione comune. Un bordone continuo può aprirsi in una trama di armonici molto brillanti.
È qui che il canto armonico di gruppo diventa qualcosa di più di una tecnica vocale. Diventa una pratica di ascolto profondo. Ogni cantante smette di controllare rigidamente il proprio suono e inizia a lavorare sul limite tra intenzione e adattamento. In un certo senso il gruppo pratica una forma sonora di equilibrio dinamico: ognuno mantiene il proprio centro vocale ma allo stesso tempo si lascia influenzare dal campo collettivo.
Quando questo equilibrio funziona bene accade una cosa molto interessante. Il gruppo entra in uno stato di coerenza acustica. Le voci si allineano progressivamente e il sistema diventa più stabile ma anche più sensibile. In questa condizione basta un gesto minimo per generare trasformazioni percepibili.
Per questo il canto armonico in gruppo non è soltanto un’esperienza musicale. È un laboratorio vivente di sistemi complessi. Le voci creano un ambiente vibratorio condiviso che evolve nel tempo. Il musicista non si limita più a produrre suono ma partecipa a un processo collettivo di organizzazione sonora, dove l’ascolto reciproco diventa il vero motore della trasformazione.
Lorenzo Pierobon 2026 ©
Le date: 10 ottobre – 12 dicembre 2026
13 febbraio – 10 aprile 2027
Un laboratorio che nasce dall’esperienza di Lorenzo Pierobon, musicoterapeuta, cantante e ricercatore della Voce, e dall’esigenza di iniziare a trasmettere una conoscenza accumulata in quasi trenta anni di ricerca e sperimentazione vocale. Gli incontri sono pensati per indagare lo strumento voce in maniera profonda, non soffermandosi esclusivamente sulla parte tecnica, ma esplorando le componenti più misteriose che conferiscono alla Voce lo status di “strumento trasformativo”. Le tecniche del canto armonico (overtones singing) ci accompagneranno in questo percorso alla scoperta della parte più nascosta e potente della voce: la componente esoterica. Tutti possono partecipare, non servono prerequisiti tecnici, in particolare è consigliato:
• A coloro che desiderano intraprendere un percorso di crescita personale e di consapevolezza
• Professionisti della relazione di aiuto (medici, psicologi, counselor, operatori olistici, insegnanti, etc).
• Artisti
• Cantanti e danzatori
• Esploratori
Gli incontri sono fruibili singolarmente, ma è fortemente consigliato il percorso completo, al termine del quale sarà rilasciato un attestato di frequenza. Per chi lo desiderasse è possibile attivare sessioni individuali di tutoring e supervisione in presenza, dove possibile, oppure online. (Gli incontri individuali, sono da considerarsi come costo a parte e saranno concordati direttamente con l’insegnante).
Presso: Rajawara Viale Aretusa, 30, 20147 Milano MI
PROGRAMMA DETTAGLIATO
Segreteria KAILASH e-mail informazioni@cckailash.it
pierobon.lorenzo@gmail.com. cell. 3495845588
In questo volume, Lorenzo Pierobon, musicoterapeuta, cantante e ricercatore, offre un’esplorazione accurata del ruolo della voce. L’autore intreccia in modo originale l’esperienza artistica con la ricerca teorica e le pratiche concrete, proponendo una visione che va oltre la semplice comunicazione. Il libro presenta un approccio che fonde musicoterapia, neuroscienze, tradizioni contemplative, canto armonico e ricerca musicale, offrendo al lettore un quadro completo e ragionato. Non si tratta di un manuale tecnico, né di un saggio accademico, ma di un’opera che restituisce alla voce la sua dimensione più autentica e universale: un ponte tra corpo, emozione, pensiero e creatività.
Un testo che non si limita a raccontare, ma invita a sperimentare in prima persona, restituendo al canto il suo valore originario e universale: un ponte tra presenza, ascolto e consapevolezza.
Un invito a riscoprire l’atto del cantare come gesto primordiale e contemporaneamente rivoluzionario: un mezzo per ritrovare radicamento e libertà, rivelando che la voce non è solo un mezzo di comunicazione, ma un cammino di conoscenza e trasformazione interiore.
Quando si parla di rete multimodale nel suo senso classico, ci si muove dentro un territorio che appartiene alle neuroscienze, alla psicologia cognitiva e alla teoria dei sistemi complessi. Una rete multimodale, in questo contesto, è l’integrazione simultanea di più canali di informazione: sensoriali, motori, cognitivi, emotivi. Il cervello non elabora il mondo a compartimenti stagni, ma attraverso reti distribuite che mettono in dialogo vista, udito, tatto, memoria, emozione e intenzione. Ogni esperienza significativa nasce dall’attivazione coordinata di più modalità, non da una sola.
In ambito terapeutico, educativo e riabilitativo, il concetto classico di rete multimodale viene usato per spiegare perché un apprendimento o un processo di cura è più efficace quando coinvolge più canali contemporaneamente. Non basta capire qualcosa con la testa: serve sentirla nel corpo, vederla, ascoltarla, agirla. La multi modalità, qui, è una strategia di potenziamento dell’esperienza e di integrazione neurale. È un modello che descrive come funziona il sistema umano quando è in salute o quando viene stimolato in modo efficace.
La rete multimodale classica osserva il sistema dall’esterno, come se l’esperienza potesse essere mappata senza essere attraversata. La voce, in questo scenario, è uno dei canali possibili, spesso ridotta a veicolo di linguaggio o a stimolo uditivo. Utile, certo, ma non centrale.
Quando si parla di conduzione di un gruppo attraverso la voce, resiste ancora l’idea che il ruolo di chi guida sia soprattutto pedagogico o direttivo. Spiegare, chiarire, indicare una direzione. Ma chi lavora davvero con la voce, chi la attraversa come esperienza viva e non come tecnica, conosce un’altra verità: il gruppo non segue ciò che viene detto, segue ciò che viene sentito. Segue uno stato, una qualità di presenza, una coerenza profonda che si irradia prima ancora delle parole.
Il gruppo si sintonizza istintivamente sul corpo del conduttore, sul suo respiro, sulla densità del silenzio che porta con sé. Emozioni, immaginazione e relazione si allineano o si disallineano a partire da lì. È in questo spazio di risonanza che la rete multimodale emerge non solo come un metodo da applicare dall’esterno, ma come una struttura viva, organica, già presente nel campo, che chiede solo di essere riconosciuta e abitata.
La rete multimodale trasforma la voce da semplice emissione sonora a evento percettivo complesso. Ogni atto vocale autentico mette in moto simultaneamente più piani dell’esperienza. Il corpo vibra, l’emozione si muove, l’immaginazione si accende, la relazione si riorganizza. Quando questi modi sono allineati, la voce del conduttore smette di guidare frontalmente e inizia a creare le condizioni affinché il gruppo trovi il proprio equilibrio interno, la propria capacità di auto-regolazione.
Il primo livello su cui questa rete si manifesta è il corpo. È il fondamento biologico e percettivo di ogni processo terapeutico. Un gruppo, prima ancora di potersi aprire all’ascolto emotivo o simbolico, deve sentire sicurezza. Il sistema nervoso dei partecipanti scansiona continuamente l’ambiente alla ricerca di segnali di stabilità. In questa fase la voce del conduttore agisce come un’ancora. Non si tratta semplicemente di produrre un suono, ad esempio grave, ma di incarnare la gravità. Una voce che risuona nel bacino e nell’addome comunica implicitamente che c’è terra sotto i piedi, che il corpo può appoggiarsi.
Nella pratica, questo avviene spesso in modo molto semplice. Il gruppo è seduto o in piedi, gli occhi possono chiudersi. Il respiro rallenta, con un’espirazione più lunga dell’inspirazione, e da questo spazio emerge una vocale profonda, una “U” scura, quasi primordiale. La vibrazione scende lungo la colonna vertebrale, si raccoglie nel bacino, sembra affondare nella terra. Il conduttore non chiede di “fare” qualcosa, ma di diventare pesanti con il suono, di sentire come la vibrazione massaggia gli organi interni. Dopo qualche minuto, il silenzio che segue è già diverso. Il corpo del gruppo è cambiato. È la saggezza del “sentire”, una conoscenza che non ha bisogno di immagini elevate, ma di presenza densa.
Quando il corpo del gruppo è stabilizzato, la rete si espande naturalmente verso il secondo modo, quello emotivo. La voce risale nel torace e cambia funzione. Non deve più soltanto sostenere, ora deve accogliere. Il cuore diventa una cassa di risonanza collettiva. Suoni rotondi, come una “A” calda associata a una “mmm”, attivano una vibrazione che si espande dal centro del petto e coinvolge il campo relazionale. Qui non si cerca una catarsi disordinata, ma la capacità di contenere e far vibrare ciò che è presente.
In ambito terapeutico questo passaggio è cruciale. È il momento in cui le emozioni individuali smettono di essere personali e diventano esperienza condivisa. Un esercizio emblematico in questo senso è il lavoro a coppie, dove una persona emette un suono che riflette sinceramente il proprio stato emotivo del momento, mentre l’altra ascolta con tutto il corpo. Dopo qualche istante, l’ascoltatore entra nel suono, cercando di rispecchiarne timbro e intenzione emotiva. Non per imitare, ma per sintonizzarsi. In questo gesto semplice avviene qualcosa di profondo: l’emozione viene riconosciuta senza essere nominata, validata senza essere analizzata. La voce del conduttore, in questa fase, dice implicitamente al gruppo: ciò che senti è sostenibile, può essere visto, condiviso.
Da questo spazio di risonanza emotiva nasce spontaneamente il lavoro collettivo. Il canto circolare non è più una tecnica, ma una conseguenza naturale del campo che si è creato. I partecipanti si dispongono in cerchio e iniziano a tessere un suono comune, ognuno aggiungendo ciò che sente necessario. Il conduttore non dirige in modo rigido, ma ascolta, entra ed esce dal flusso, a volte sostenendo una pulsazione, a volte ritirandosi nel silenzio. Il gruppo impara a percepirsi come organismo, a regolare da sé intensità, densità, respiro. È qui che la risonanza empatica diventa uno strumento di co-regolazione profonda.
Quando il campo emotivo è sufficientemente sicuro e condiviso, la rete può aprirsi al terzo modo, quello immaginativo. La voce sale, si fa più sottile, meno ancorata alla funzione comunicativa. Le frequenze alte, le vocali chiuse, i suoni nasali attivano la zona del cranio e portano il gruppo verso stati ipnagogici, quella soglia delicata tra veglia e sogno. In questo spazio la voce diventa un pennello, non descrive la realtà, la evoca, la dipinge. Suoni sottili, come una “I” prolungata, sembrano illuminare immagini interne. Non vengono chieste visualizzazioni guidate, ma si lascia che le immagini emergano come risposta vibratoria al suono. Spesso, dopo qualche minuto, dal gruppo affiorano frammenti di canto, fonemi che sembrano raccontare una storia antica o un sogno collettivo. Qui la cura si manifesta aggirando la mente razionale. L’inconscio viene toccato senza essere forzato, senza interpretazioni.
Il quarto modo della rete è quello relazionale, e in realtà attraversa tutti gli altri. È la consapevolezza del campo come sistema vivente. In questo livello il conduttore smette definitivamente di essere il centro e diventa un nodo tra i nodi (rete multi nodale). La conduzione si riduce all’ascolto, a interventi minimi, di sottrazione, a volte basta abbassare il volume della propria voce per permettere al gruppo di emergere, altre volte si introduce una pulsazione semplice per evitare la dispersione. Il gruppo inizia a funzionare come un super-organismo capace di autoregolarsi attraverso il suono e la voce.
Quando la rete multimodale è attraversata nella sua interezza, il gruppo sperimenta uno stato di integrazione raro. Il corpo è radicato, il cuore è aperto, la mente è visionaria, le relazioni sono pulite e fluide. La chiusura non ha bisogno di grandi gesti. Un respiro condiviso, un ultimo suono armonico, il silenzio che ritorna pieno (Hesychia). In quel silenzio si percepisce chiaramente che la voce non è stata uno strumento performativo, ma uno spazio di cura. Un luogo vivo, condiviso, in cui qualcosa di autentico ha potuto finalmente accadere.
Lorenzo Pierobon 2025 ©
Pancaldi: guitar + pedals + Pancaltulator™
Lorenzo Pierobon: voice + electronics
recording, mix, mastering: Giuseppe Ielasi
cover: Pierobon + Fabrizio Grigolo
produced by Pancaldi + Pierobon
Montallegro-Rapallo 17-18-19-20 giugno 2027
nella serata di sabato 19 giugno verrà proposto un concerto rituale , nella splendida cornice del bosco superiore (aperto al pubblico esterno), dell’Harmonics Art Ensemble composto dai partecipanti al seminario più ospiti speciali.
Un bosco magico pieno di lucciole, un panorama mozzafiato, un luogo incantato; questa sarà la cornice dell’edizione 2027 del seminario OLTRE LA VOCE.
23ma edizione:
condotto da Lorenzo Pierobon. Un’occasione per entrare in contatto profondo…
dalle 9.30 alle 13:30 : 8 novembre
10 GENNAIO, 7 MARZO, 9 MAGGIO 2027
esploreremo lo strumento “Voce”dal punto di vista artistico, ma anche e sopratutto dal punto di vista spirituale ed energetico. La meditazione con il suono, la voce e gli stati di coscienza, la voce come strumento per la ricerca spirituale, questi alcuni degli argomenti trattati. Laboratorio di canto armonico, ricerca e sperimentazione vocale
Un lavoro profondo e adatto a tutti che unisce all’utilizzo del suono e della voce un naturale movimento corporeo e pratiche di respirazione profonda.
Esploreremo inoltre la ritualità, la condivisione e la contemplazione della dimensione del sacro attraverso l’uso di questo affascinante “strumento musicale
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Un attrattore, in fisica e matematica, è il punto o insieme verso cui un sistema evolve spontaneamente nel tempo., nonostante le sue apparenti fluttuazioni e irregolarità. Anche se il percorso può sembrare caotico o imprevedibile, il sistema resta comunque vincolato a una certa geometria, a un campo invisibile ma costante che ne determina i limiti e le possibilità. Si tratta di una struttura nascosta nel caos, un nucleo invisibile che attrae i comportamenti del sistema, anche quando questi appaiono inizialmente disordinati. Un attrattore può essere un punto, una curva, o una figura complessa a geometria frattale.
Portando questo concetto nell’ambito del suono, e più precisamente nella voce, ci troviamo di fronte a una potente metafora funzionale e percettiva. La voce, come il clima o le orbite planetarie, è un sistema dinamico. È soggetta a fluttuazioni, imprevedibilità, risonanze interne ed esterne. Eppure, anche nel canto più libero, più istintivo, sembra esserci sempre una direzione, una coerenza implicita, una forma che chiama e che possiamo definire attrattore vocale.
Un attrattore vocale è una configurazione vibratoria, acustica, simbolica, archetipica verso cui la voce tende naturalmente, nel tempo, attraverso la ripetizione e l’ascolto. È un centro attorno a cui gravita la risonanza, un punto di richiamo che si costruisce nel tempo grazie all’esperienza, all’intenzione, alla familiarità e al dialogo sonoro tra corpo, mente ed emozione.
Non è una nota fissa, non è un timbro definito, ma una qualità risonante. Può manifestarsi come:
L’attrattore vocale non è statico, ha una coerenza interna, un’identità riconoscibile. È come il centro di un mandala vocale: puoi esplorare le periferie, ma se ascolti bene, sai sempre dove tornare.
Nel canto improvvisato, specialmente in contesti sperimentali e non strutturati, l’attrattore vocale svolge una funzione essenziale. La voce si muove nello spazio: esplora, devia, accelera, frena. Ma la presenza di un attrattore vocale consente a questa esplorazione di non perdersi di non diventare dispersiva o casuale. La voce può allontanarsi molto, ma poi torna a casa, e nel ritorno crea il senso.,
Questo vale sia per il cantante solista che in gruppo. Ma è nel gruppo che l’attrattore vocale mostra tutta la sua potenza evolutiva.
Quando più voci improvvisano insieme, ogni voce porta con sé il proprio attrattore. Ma nel tempo, spesso anche molto rapidamente, succede qualcosa: gli attrattori iniziano a dialogare, si accordano, si adattano, si fondono e danno vita a un attrattore vocale collettivo.
Le voci si cercano nello spettro armonico, si modellano a vicenda, si stabilizzano attorno a risonanze condivise. Si forma un campo vibrazionale che ha una propria intelligenza evidente.
Ed è proprio qui che possiamo parlare, in modo pienamente significativo, di intelligenza collettiva vocale.
L’intelligenza collettiva non è una somma di intelligenze individuali. È un campo emergente che si manifesta quando un gruppo di persone agisce in ascolto profondo, in presenza, in sintonia corporea ed emotiva, con un obiettivo implicito comune: in questo caso, il canto, la coerenza sonora, la risonanza condivisa, l’intenzione focalizzata.
Nel canto armonico improvvisato, questo fenomeno diventa tangibile, gli armonici di un cantante si intrecciano con quelli degli altri, le frequenze si regolano, si avvicinano, si accordano. Alcune si rinforzano, altre scompaiono. Il campo acustico inizia a risuonare come un corpo unico. Si crea un flusso che non appartiene più a nessuno in particolare, ma circola, si distribuisce, si riorganizza in tempo reale.
Questa intelligenza collettiva:
È l’esatto equivalente sonoro di uno stormo in volo, di un banco di pesci, di una rete neurale biologica. Ogni voce ascolta e agisce. Ogni gesto vocale è una proposta, un adattamento, un atto creativo. Si genera così una coscienza musicale collettiva, in cui ognuno è parte e di un insieme vivo e dinamico.
In questo quadro, l’attrattore vocale individuale o collettivo, può essere visto come il centro dinamico della presenza sonora. È ciò che mantiene la coerenza nel tempo, ciò che dà forma al flusso, anche quando il flusso si trasforma.
L’attrattore vocale: assicura la continuità dell’identità sonora individuale e di gruppo, accoglie le dissonanze come parte della forma, stabilizza il gruppo nella coerenza senza bisogno di controllo.
In questo senso, è anche uno strumento terapeutico. Aiutare una persona a riconoscere il proprio attrattore vocale significa aiutarla a sentire il proprio centro, la propria orbita naturale, la propria “firma” in vocale. Aiutare un gruppo a co-creare un attrattore collettivo significa favorire l’emergere di una coscienza vocale e una identità sonora condivisa, un organismo che canta con la voce di tutti. E qui si apre un’ulteriore dimensione: quella dei campi morfici, teorizzati dal biologo Rupert Sheldrake. Secondo questa visione, ogni sistema naturale è immerso in un campo invisibile che trasmette informazioni sotto forma di memoria. Non si tratta di una trasmissione energetica classica, ma di una risonanza morfica: le forme che si sono già manifestate hanno più probabilità di ripetersi, perché il campo “le ricorda”.
In altre parole, ogni volta che un gruppo canta, non sta solo creando un suono nuovo, sta anche attingendo a un campo di forme sonore già vissute, a una memoria invisibile che collega tutte le esperienze vocali simili. Quando si canta in cerchio, utilizzando le tecniche del canto armonico, si entra in un flusso che è anche archetipico e transpersonale.
L’attrattore vocale, in questo contesto, può essere visto come un punto di condensazione del campo morfico. Una voce che emette una frequenza ben centrata, ben ascoltata, ben radicata, può attivare una risonanza non solo nel gruppo presente, ma anche nel campo più ampio della memoria collettiva vocale. È come se chiamasse a sé tutte le voci che quella nota l’hanno già cantata, tutte le geometrie che quel suono ha già abitato. Questa è la forza dell’improvvisazione rituale: non crea dal nulla, ma ricorda attraverso il corpo. La voce diventa allora antenna, soglia, portale. Ogni suono emesso in presenza e ascolto attiva non solo una relazione nel presente, ma tesse una tela di relazioni trans-temporali.
Nell’universo, nulla è davvero casuale. Anche i sistemi più turbolenti danzano attorno a forme invisibili che li organizzano. La voce non fa eccezione, e gli attrattori possono essere riconosciuti, coltivati, modulati per manifestare una intelligenza che non appartiene a nessuno, ma si manifesta quando siamo davvero insieme, quando le voci smettono di cercare protagonismo e iniziano a cercare risonanza. L’attrattore vocale è, forse, l’eco profondo della nostra verità sonora. E cantare insieme, in ascolto, è un modo per ricordarci questa verità non solo con la mente, ma con il corpo, il respiro, la vibrazione, e la presenza viva del gruppo.
Lorenzo Pierobon 2025 ©