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Il Mistero della Voce LAB. 12 ottobre – Milano –

Le date: 12 ottobre 14 dicembre 15 febbraio 2025 12 aprile 2025

Un laboratorio che nasce dall’esperienza di Lorenzo Pierobon, musicoterapeuta, cantante e ricercatore della Voce, e dall’esigenza di iniziare a trasmettere una conoscenza accumulata in quasi trenta anni di ricerca e sperimentazione vocale. Gli incontri sono pensati per indagare lo strumento voce in maniera profonda, non soffermandosi esclusivamente sulla parte tecnica, ma esplorando le componenti più misteriose che conferiscono alla Voce lo status di “strumento trasformativo”. Le tecniche del canto armonico (overtones singing) ci accompagneranno in questo percorso alla scoperta della parte più nascosta e potente della voce: la componente esoterica. Tutti possono partecipare, non servono prerequisiti tecnici, in particolare è consigliato:

• A coloro che desiderano intraprendere un percorso di crescita personale e di consapevolezza

• Professionisti della relazione di aiuto (medici, psicologi, counselor, operatori olistici, insegnanti, etc).

• Artisti

• Cantanti e danzatori

• Esploratori

Gli incontri sono fruibili singolarmente, ma è fortemente consigliato il percorso completo, al termine del quale sarà rilasciato un attestato di frequenza. Per chi lo desiderasse è possibile attivare sessioni individuali di tutoring e supervisione in presenza, dove possibile, oppure online. (Gli incontri individuali, sono da considerarsi come costo a parte e saranno concordati direttamente con l’insegnante).

PROGRAMMA DETTAGLIATO

Segreteria KAILASH Telefono 02 39545486 e-mail informazioni@cckailash.it

 

 

Voce, canto armonico, Zero Point Energy. Simbolo e metafora.

Nel mondo del canto, della musicoterapia e delle ricerche sperimentali riguardanti la voce, emerge una connessione affascinante tra la voce umana e il concetto di “Zero Point Energy” mutuato dalla fisica quantistica. Si riferisce all’energia minima che una particella subatomica può avere, anche quando è a temperatura assoluta (0 Kelvin, -273,15°C). Questo significa che anche nello stato di riposo più completo, le particelle continuano a vibrare a una certa energia di base, chiamata appunto energia del punto zero (ZPE), questo è un concetto affascinante, poiché suggerisce che il vuoto apparente non è completamente privo di energia, ma piuttosto traboccante di fluttuazioni quantistiche. Questa idea è stata oggetto di studi e discussioni nel contesto della teoria quantistica dei campi e ha importanti implicazioni in diverse aree della fisica.

Per comprendere appieno la connessione, tra voce, canto e ZPE esploriamo come le vocali e i simboli possono diventare un ponte tra la dimensione fisica e quella spirituale. Le vocali, sono le fondamenta del linguaggio e del canto, e possono assumere un significato simbolico profondo. Nella mia pratica, ho associato la vocali “u” e “i” a concetti specifici: “u” rappresenta la terra, l’energia femminile e l’orizzontalità, mentre “i” simboleggia il cielo, l’energia maschile e la verticalità. Questa distinzione tra materia (rappresentata dalla linea orizzontale) e spirito (rappresentato dalla linea verticale) è una visione comune a molte tradizioni spirituali. La linea orizzontale rappresenta la solidità della materia, mentre la linea verticale simboleggia l’ascesa verso lo spirito. Là dove queste due linee si intersecano, si crea un potente simbolo: la croce. Questa intersezione rappresenta il punto in cui materia e spirito si incontrano e si bilanciano. Al centro, nella mia personale visione, sorge l’energia del punto zero (ZPE), ovvero il raggiungimento dello stato di “presenza”, è possibile trovare alcune correlazioni tra questo punto specifico e i concetti legati a una visione spirituale:

  1. Connessione universale: si può pensare alla ZPE come contenente una sorta di energia che permea tutto l’universo (QI, prana, materia oscura). Questa visione può richiamare concetti di unità o interconnessione tra tutte le cose, che sono spesso associati alla spiritualità.
  2. Vibrazioni e frequenze: nella fisica quantistica, l’energia del punto zero è legata alle vibrazioni delle particelle, questo concetto può essere collegato all’idea di “vibrazioni spirituali”
  3. Stato di pace e calma: la ZPE rappresenta uno stato di minima energia, che potrebbe essere interpretato come un momento di calma, pace interiore e presenza. Questo potrebbe essere paragonato alla meditazione o alla ricerca della centratura nelle pratiche spirituali.
  4. Esplorazione interiore: la ricerca di una connessione spirituale spesso coinvolge l’esplorazione interiore e la comprensione di aspetti profondi di sé e della realtà

Un’altra simbologia interessante da prendere in considerazione per spiegare meglio questo centro di “presenza “è l’occhio del ciclone. Mentre tutto attorno a esso è turbolento e caotico, l’occhio offre un rifugio temporaneo di serenità. Questa zona di quiete è creata dal contrasto tra i venti convergenti che lo circondano, creando un equilibrio al centro della tempesta.
La correlazione tra ZPE e l’occhio del ciclone risiede nella loro rappresentazione di equilibri nelle dimensioni opposte dell’universo.: l’equilibrio del microcosmo, presente a livello subatomico, e l’equilibrio del macrocosmo, riferito a un fenomeno meteorologico, entrambi ci ricordano che l’equilibrio è una qualità intrinseca dell’universo, sia nell’infinitamente grande che nell’infinitamente piccolo. Questa correlazione può essere vista come un invito a riflettere sulla profonda interconnessione tra tutti gli aspetti dell’universo, dall’energia primordiale delle particelle subatomiche alla calma apparente nel cuore della tempesta. Tuttavia, è importante sottolineare che queste correlazioni sono interpretazioni personali e filosofiche. La fisica quantistica e la spiritualità operano in ambiti molto diversi, ma anche molto simili, questo non impedisce, di trarre ispirazione da tali concetti per la propria esplorazione personale e ricerca spirituale.

La connessione tra voce e ZPE suggerisce un equilibrio armonico tra la manifestazione fisica e la dimensione spirituale. Quando cantiamo, possiamo sperimentare questo equilibrio, creando un ponte tra il mondo materiale e regno spirituale. Il canto delle vocali diventa un mezzo per esplorare la profondità della nostra esistenza, una pratica che riflette il nostro desiderio di connettere materia e spirito. La ZPE si trova al centro di questa esplorazione, rappresentando l’equilibrio, la calma e la convergenza tra questi due mondi.

Lorenzo Pierobon 2023 ©

Concerto rituale: Harmonics Art Ensemble 22 giugno 2024 -Montallegro (GE)

Un concerto speciale, per un evento speciale, in un luogo speciale. Un rituale sonoro.

Harmonics Art Ensemble live nel bosco di Montallegro ore 22

info e dettagli in via di definizione.

 

 

Regolazione polivagale, musicoterapia e canto armonico

La musicoterapia, la Voce, il suono sono territori vasti che non finiremo mai di esplorare e di conoscere a fondo, ecco perché sono molto importanti la ricerca e la formazione continua. Nel mio percorso professionale ho sempre cercato di inserire competenze tecniche, e conoscenze derivanti da altri settori, a volte da mondi completamente opposti. Questo mi ha permesso di creare un metodo di lavoro molto flessibile e versatile, ma soprattutto multidisciplinare. Il settore di ricerca delle neuroscienze è la nuova frontiera, il contenitore a cui attingere per completare le conoscenze e rimodularle per farle entrare a pieno diritto nel mondo delle terapie artistiche e musicali.

In particolare mi riferisco alla “teoria polivagale”, la quale presuppone che le memorie traumatiche non elaborate, ci impediscono la connessione con gli altri e con il mondo, di sviluppare relazioni sociali sane e appaganti, di vivere in uno stato di completezza e serenità. Le ricerche di Porges, sottolineano come il sistema nervoso legato al nervo vago possa creare una gerarchia di stati diversi a cui corrispondono altrettante reazioni:

dorso vagale ( freezing), simpatico ( fight or flight), ventro vagale (Flow). Muoversi in maniera   fluida attraverso questi tre stati è “il gioco della vita”.

La teoria polivagale, il canto armonico e la musicoterapia sono approcci terapeutici che possono influire positivamente sulla regolazione del nervo vago. La teoria polivagale di Stephen Porges ha evidenziato l’importanza del nervo vago nella regolazione delle risposte da stress e nella promozione del benessere, si basa sul concetto che il sistema nervoso autonomo sia composto da tre sottosistemi, ognuno dei quali è associato a diverse risposte fisiologiche e comportamentali. Il nervo vago, è il responsabile della regolazione dello stato di calma, della connessione sociale e dell’attivazione del riposo e della digestione. Quando il nervo vago è attivo, il corpo può raggiungere uno stato di rilassamento profondo e di equilibrio emotivo.

 

Il canto armonico:

Il canto armonico è una tecnica vocale che prevede la produzione simultanea di più suoni vocali. Durante questa pratica, l’esecutore sfrutta le cavità di risonanza per creare una serie di armonici sovrapposti alla voce principale. Questa tecnica è stata utilizzata da secoli in diverse tradizioni musicali e spirituali per scopi terapeutici e di meditazione. Il canto armonico può stimolare il nervo vago, contribuendo a promuovere una sensazione di calma, riduzione dello stress e benessere generale.

 

La musicoterapia:

La musicoterapia è una forma di terapia che utilizza la musica e elementi sonoro-musicali per promuovere il benessere fisico, emotivo, cognitivo e sociale delle persone. Durante le sessioni di musicoterapia, il terapeuta utilizza strumenti musicali, la voce e selezioni di brani musicali per creare un ambiente terapeutico sicuro e favorire la comunicazione, l’espressione delle emozioni e il rilassamento. La musica, può influire sul sistema nervoso autonomo e attivare una risposta emotiva e fisiologica di benessere, grazie anche alla stimolazione del nervo vago.

Di seguito alcuni possibili effetti derivati dalla combinazione delle tecniche descritte

 

  1. Riduzione dello stress e dell’ansia: la combinazione di queste tecniche può contribuire a ridurre i livelli di stress e ansia, favorendo una maggiore regolazione del sistema nervoso autonomo.
  2. Miglioramento del benessere emotivo: le pratiche che coinvolgono il canto armonico e la musicoterapia possono favorire un senso di calma, gioia e connessione emotiva, promuovendo un benessere generale.
  3. Miglioramento delle funzioni fisiologiche: la stimolazione del nervo vago attraverso queste tecniche può influire positivamente sulla regolazione della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna e della digestione.
  4. Miglioramento della connessione sociale: la teoria polivagale evidenzia l’importanza della connessione sociale per la salute e il benessere. Il canto armonico e la musicoterapia possono favorire la connessione e la comunicazione non verbale, facilitando il senso di appartenenza e di connessione con gli altri.

 

La combinazione della teoria polivagale, del canto armonico e della musicoterapia possono offrire un approccio terapeutico completo per la regolazione del nervo vago e il miglioramento del benessere generale. L’integrazione di queste pratiche nella routine quotidiana può fornire strumenti preziosi per affrontare lo stress e per il mantenimento di uno stato di  salute ottimale.

Esistono tecniche e strumenti che favoriscono la regolazione degli stati e la transizione fluida tra di essi: il respiro, il suono, la musica e la Voce, possono essere a tutto diritto considerati “flow triggers”. La teoria polivagale chiarisce i meccanismi sottili che sottendono alla musicoterapia e all’utilizzo della Voce in ambito terapeutico, e fornisce risposte scientifiche ai risultati che si ottengono attraverso questi strumenti, in particolare ha fornito una nuova chiave interpretativa ai fenomeni che ho osservato in oltre 20 anni di attività e dato un nuovo impulso alle mie ricerche nel settore. Ecco perché la Voce, il suono e la musica continueranno ad essere la parte più importante del mio lavoro, in ambito didattico, terapeutico e di ricerca.

©Lorenzo Pierobon 2023

 

 

Vedere la Voce

L’importanza della visualizzazione nelle tecniche vocali secondo il metodo Vocal Harmonics in Motion

Il canto è un’arte che coinvolge non solo la nostra voce, ma anche corpo, mente e spirito. Mentre molti cantanti si concentrano sulla tecnica vocale e sull’allenamento fisico, un aspetto spesso trascurato è l’importanza della visualizzazione. La visualizzazione è una tecnica che implica l’uso dell’immaginazione per creare suggestioni mentali vivide e dettagliate. Nella pratica del canto, la visualizzazione può essere un potente strumento per migliorare la voce, liberare l’espressività e connettersi emotivamente con il pubblico. In questo articolo, esploreremo l’importanza della visualizzazione nelle tecniche di canto convenzionale e canto armonico e come questa può portare i cantanti ad elevare i livelli di performance.

Creare un’immagine sonora:

La visualizzazione consente ai cantanti di creare un’immagine sonora nella loro mente. Immaginare il suono desiderato e un movimento ad esso associato, aiuta a modellare la voce e a ottenere un controllo più preciso sull’emissione vocale, un’immagine mentale di un movimento può aiutare a raggiungere una maggiore consapevolezza delle sensazioni fisiche coinvolte nel canto e migliorare l’emissione del suono.

Superare le difficoltà tecniche:

La visualizzazione può essere utilizzata per superare le difficoltà tecniche nel canto. Ad esempio, se un cantante sta affrontando un passaggio vocale difficile, può immaginare mentalmente un’immagine che rappresenta il superamento di quella sfida. Potrebbe visualizzare fluidità e sicurezza, oppure un movimento virtuale associato ad un suono specifico o ad una nota. Questa visualizzazione positiva può contribuire a migliorare la fiducia e a superare le limitazioni tecniche, consentendo al cantante di raggiungere una performance più fluida e sicura.

Allenare la memoria muscolare:

La visualizzazione è anche un modo efficace per allenare la memoria muscolare. Immaginare mentalmente l’esecuzione corretta di un passaggio vocale, immaginare un suono o un movimento o, stimola le stesse regioni cerebrali coinvolte nell’esecuzione fisica effettiva. Questo tipo di visualizzazione può aiutare i cantanti a migliorare la precisione, la coordinazione e la velocità del loro canto, poiché prepara il corpo e la mente a eseguire in modo ottimale.

Conclusioni:

Nelle tecniche di canto, la visualizzazione è un elemento potente che può portare i cantanti a livelli superiori di performance. Attraverso la creazione di immagini sonore, l’esplorazione dell’interpretazione emotiva, il superamento delle difficoltà tecniche e l’allenamento della memoria muscolare, la visualizzazione svolge un ruolo chiave nel plasmare la voce e la comunicazione dei cantanti.

Lorenzo Pierobon © 2023

IL SUONO IMMOBILE

Il ruolo e la gestione del silenzio nel modello di MT Benenzon.

“Generalmente si definisce il silenzio come l’assenza di rumore, di agitazione. Il vero silenzio è molto più di un’assenza di rumore, è al di sopra della parola, al di sopra della musica: è un centro potente da cui scaturiscono tutte le creazioni.

Omraam Mikhaël Aïvanhov

 

“In principio era il Verbo……”, il suono creatore, ma prima del principio, probabilmente, esisteva il suono a cui tutto dobbiamo: il silenzio. Il silenzio alfa ed omega di ogni esistenza, inizio e fine di ogni seduta di musicoterapia, croce e delizia di ogni musicoterapeuta.

Temiamo il silenzio come se fosse portatore di un inganno, di un precipitare verso un vuoto dal quale non sappiamo difenderci. La nostra vita, riempita dalla velocità del fare, dedita alla costruzione di una personalità esteriore, non è più in grado di sopportare l’immobilità del silenzio, che invece si rivela la nostra parte più autentica e ricca di intuizione. Lasciare che questo spazio interiore ritrovi la sua collocazione nel nostro essere ci permette di lasciare il campo alla mente intuitiva ed osservatrice in grado di cogliere tutto quello che può arrivare sotto forma di “percezione improvvisa”, di “lampo”, uno stato interno che da vigore al corpo e chiarezza alle emozioni, spesso contaminate dal giudizio. Quello a cui aspiriamo all’interno di una seduta di musicoterapia è una comunicazione non verbale frutto di un ascolto interiore, dove il paziente non sia considerato un appiglio, ma un compagno di viaggio verso la costruzione di un contenitore emotivo.

L’instaurarsi del silenzio esalta i suoni della vita: il respiro, il battito cardiaco, e ci conduce verso una ricerca nirvanica del mai dimenticato suono intrauterino. Restare nel silenzio, nutrirsi del silenzio, significa attivare un profondo ascolto empatico, prepararsi ad entrare in contatto con l’altro agire nel suo mondo. E’ la capacità di immergersi nello spazio altrui e di partecipare ad una esperienza comune attraverso il non verbale. Il silenzio è una liturgia che attiva la relazione. In musicoterapia questo suono è quasi una necessità che prepara all’ascolto e alla interazione, per questo bisogna coltivare il rispetto e la comprensione del silenzio, questo “non luogo” che da origine all’ascolto, all’attesa, all’accoglienza; il musicoterapeuta ed il paziente li stabiliscono uno spazio profondo di condivisione che spesso si oppone all’isolamento. Una delle difficoltà che incontra il MT nello svolgimento della seduta, a mio avviso, è proprio la gestione del silenzio e di tutte le emozioni e scariche energetiche che ne conseguono, sia da parte del musicoterapeuta, che del paziente. Angoscia, ansia, paura, senso di inadeguatezza, tutti questi fantasmi improvvisamente si materializzano tra le pieghe di questo suono immobile. Molto spesso nelle sessioni di musicoterapia una parte di noi (terapeuti e pazienti) è attratta dal suono, bisogna riconoscere questo, perché la manifestazione sonora impedisce il manifestarsi dell’angoscia, infonde un senso di sicurezza.

Il suono ci protegge da riflessioni, allontana gli incubi, il suono è immediato e prepotentemente presente. Ma cosa pensiamo realmente di fronte al silenzio? Ci preoccupiamo di non capire i comportamenti del paziente? Lasciamo spazio alla sensazione di inadeguatezza? Riteniamo che possa significare una resistenza e per questo ci sentiamo in obbligo di “fare qualcosa” perdendo di vista il focus della seduta? Evidentemente è necessario che il musicoterapeuta abbia eliminato la paura del suo silenzio dalla mente perché questo possa esprimersi come reale valore e non essere interpretato come possibile resistenza. Dobbiamo, allora decidere di accettare il silenzio come “mezzo” e di utilizzarlo per “entrare dentro”, in esplorazione, ma rimanendo saldi nel nostro punto di percezione. Per dare ascolto sia a noi stessi che agli altri per imparare che nel silenzio in realtà c’è il suono. Quello che noi cerchiamo non è nei suoni, ma tra i suoni, non è nelle parole, ma tra le parole, restare nell’universo silenzioso significa ritrovare il mondo del simbolismo e il significato corporeo, o come diceva Simone Weil: “Ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti”. E allora come fare? Non è sempre facile restare nel silenzio, attendere, spesso mi sono sentito in dovere di interrompere il silenzio per “fare musicoterapia” per non essere obbligato a restare in quell’universo in cui il paziente mi voleva con se. In questi momenti nella testa passano tanti dubbi e tante domande: cosa sto facendo? Quanto ancora dovrò aspettare? Questa assenza di suono sarà produttiva, porterà a qualcosa? E ancora, sentirsi quasi in dovere di produrre un suono, per me, per lui, per chi ascolta ed attende fuori dal setting, spesso mi sono sentito trascinato nella condizione di dover “fare”, per la paura del giudizio di chi non potrebbe capire quell’assenza di suono così prolungata. Padroneggiare adeguatamente questo “non suono”, non è cosa semplice, ma l’esperienza ed il tempo vengono in aiuto, posso dire con certezza che crescere (anche professionalmente) sia stato un aiuto più che concreto nell’aiutarmi a gestire questi momenti. Esperienza e ore di lavoro accumulate aiutano, ma mi metto anche nei panni di chi affronta questo percorso per la prima volta soprattutto in età molto giovane; a mio avviso il saper restare nel silenzio procede di pari passo con l’avanzare dell’età. Un aiuto ulteriore è sicuramente arrivato dall’intraprendere un lavoro ed una ricerca personale, attraverso tecniche quali la meditazione (o altre discipline orientali), che insegnano a stare nel silenzio, a non averne paura, ma a considerarlo un alleato. Il silenzio “esterno” che inevitabilmente si crea sposta l’attenzione verso l’interno, obbligandoci così ad ascoltarci intimamente e ad accedere a quello spazio intimo e silenzioso che mi piace definire il “luogo interiore”.

Lorenzo Pierobon

 

Recensione: la notte della Sibilla, un rito musicale – 4 giugno 2022

LA NOTTE DELLA SIBILLA

CASA KEYOU, 4 GIUGNO 2022 con Giusi Zaccagnini, Lorenzo Pierobon, AnnA Taddonio

Battiti potenti di tamburo scuotono il vocio che subito si zittisce. Si dissipa, di colpo, il velo della quarta parete: entriamo tutti nella magia dell’Arte e si percepisce che quei battiti stanno cambiando le vibrazioni della Shala e le nostre, interiori.Ogni tanto un richiamo d’uccello irrompe, si insinua e si propaga come un’eco misteriosa.

Inquietante? Quei suoni, in fondo, lo sono, come tutti i richiami, e dicono: “Preparati, anima, all’incontro! Vexilla initura sunt. Sibilla venit[1]…”.E proprio quell’inquietudine è la chiave d’accesso che prepara all’evento: un occhio disposto a cogliere l’azione teatrale/rituale, l’altro pronto a guardare in interiore hominis. E il ritmo insiste, incalza e fa da tappeto agli altri suoni che evocano immagini, fors’anche emozioni, ma ancora senza precisa identità.

Quand’ecco, come dal cunicolo dell’antro, avanza Lei. E vengo catapultata a Cuma, in quel corridoio di passaggio che sta nella mia memoria di studentessa.Lei, avvolta e nascosta da veli, accompagnata da tintinnii di sonagli e da bagliori evanescenti. Anche Lei inquietante, perché pienamente avvolta dal Mistero, a cui si aggiungono le nostre aspettative e, forse, i ricordi dell’immaginario.

Avanza, maestosa, con lentezza, entrando con circospezione nello spazio sacro, appositamente per Lei predisposto con fumigazioni sapienti e rituali.E comincia il disvelamento, lentamente, quel poco che serve ora. E poi ancora e ancora.Finché un urlo acutissimo squarcia inaspettatamente il silenzio, appena sostenuto dalle Voci di AnnA Taddonio e Lorenzo Pierobon.

Il cuore accelera i battiti, ma quell’urlo ha avuto il potere di tacitare la mente e, in fondo, anche le meravigliate attese degli spettatori.È come se si fosse formata una bolla fuori dallo spazio-tempo e non ci fosse più distinzione fra pubblico, musicisti (che hanno sempre intessuto con Lei un dialogo potente di suoni e Voci dalla grande forza evocatrice) e la Sibilla stessa, che da quel momento ha costituito il focus per tutti gli astanti.

Davanti a Lei, fra due lanterne, è posta una grande ciotola tibetana che contiene le nostre domande o delle parole-chiave su cui ha dato i suoi responsi oracolari, mirabilmente improvvisando (l’attrice, Giusi Zaccagnini) per più di un’ora, con acute e profonde osservazioni e con saggi consigli, pur non sapendo da chi provenissero le domande e le suggestioni tematiche; io credo, però, in base alla mia personale esperienza di quella sera, che si sia comunque sintonizzata con i presenti, molto più di quanto Lei stessa possa aver immaginato, incarnando davvero, e non solo per finzione teatrale, il ruolo della Sibilla. Ogni piccolo foglio viene pescato dalla ciotola sonora e riposto con pari cura, con una mano rispettosa e forse guidata da mani “altre”… Chissà?! Amore, Chiave, Malattia, Mistero… un mondo dietro ogni parola. Sarebbe stato facile cadere nella banalità, ma questo non è stato, mai. Anzi!

“Così la neve al sol si disigilla /così al vento ne le foglie levi / si perdea la sentenza di Sibilla.” (Dante, Par. XXXIII 64-66)

Eppure quell’Essere misterioso, dalla voce talora potente e penetrante, a volte inquietante, altre volte pari a un soffio di vento, con il passare del tempo e dei responsi, si è via via completamente dis-velato, palesando alla fine solo la Donna, potente e fragile, umile ed eccelsa; donna fra le donne, umana fra gli umani. E con un altro urlo lacerante ha sigillato la fine del suo intervento. Alfa e Omega impresse su una lapide ideale con la sola forza della Voce. Ma la suggestione non sarebbe stata così potente, se ogni momento non fosse stato preparato e accompagnato, sostenuto e sottolineato dalle magiche sonorità prodotte da AnnA e Lorenzo: tamburi sciamanici, gong, campane tibetane… e i canti ispirati che, a momenti, mi hanno dato l’impressione che provenissero dal sancta sanctorum di un tempio, tale era la mirabile sacralità delle Voci.Arte che nasce dalle connessioni, dall’Ascolto reciproco, da una sorta di sintonizzazione spontanea, che ha del miracoloso. E con profonda riconoscenza ringrazio chi ha ideato, realizzato e ospitato questa “Notte della Sibilla”, perché, oltretutto, mi ha ricordato quanto scrisse Servio nel suo commento all’Eneide di Virgilio: “Si dice Sibilla ogni fanciulla che abbia la capacità di accogliere la divinità nel suo petto”.

Se ci ricordassimo più spesso questa “verità”, daremmo più frequentemente Voce al Divino che è in noi e diventeremmo davvero “profetesse” del nostro deus interiore. Perché “profeta”, contrariamente a quanto generalmente si pensa, non è colui che “dice prima” gli eventi futuri, ma chi parla “al posto di…” un “dio”, si fa ispirare, invasare dall’enthousiasmòs, l’ispirazione divina (il furor dei Latini).

Ma la buona notizia (e non è affatto una novità, sia chiaro) è che questa Voce non va più ricercata in un “altrove” fuori di noi (in latino “altrove” si dice alibi… un caso?), ma, con espressione già precedentemente usata, in interiore hominis.

Lì è la sede, nell’umiltà del più potente incontro con la nostra parte divina.

Maria Rita Piva

[1] I vessilli stanno per entrare. La Sibilla viene.

La sperimentazione artistica e l’espressione dell’anima: la voce-corpo.

Dalla tesi di VOCOLOGIA ARTISTICA (a.a. 2019 – 2020) di SERENA VERGA LA SPERIMENTAZIONE ARTISTICA E L’ESPRESSIONE DELL’ANIMA:  LA VOCE-CORPO.

Da Demetrio Stratos alle neuroscienze, dalla drammaturgia vocale alla comunicazione non verbale

Intervista a Lorenzo Pierobon a cura di Serena Verga

 

Foto di: Roberta Sotgiu

 Con il  passare del tempo, studi, ricerche e sperimentazioni hanno reso tutti più consapevoli di quanto sia davvero importante il “prendersi cura” di se stessi, come Voce e come Corpo. Si è dimostrato anche che la Musica e le Arti, a tutti gli effetti, siano un phàrmakon naturale. Secondo lei, da musicoterapeuta, cantante, formatore e vocal trainer quale è, quanto influisce una buona conoscenza di se stessi (come Voce-Corpo) nella vita di tutti i giorni? 

Bella domanda! Influisce molto. Mentre prima ci basavamo sulla saggezza popolare del “canta che ti passa”, adesso siamo arrivati alla piena consapevolezza di quanto il canto faccia bene al nostro organismo e quindi di quanto sia davvero importante conoscere la nostra voce. Se tutti partissimo da una conoscenza pregressa e approfondita della nostra voce, questo ci direbbe già tanto di noi. Se la mia voce urla e aggredisce dice di me una cosa, se la mia voce non si sente, è bassa, sommessa, dice di me un’altra cosa. Quindi già come la si utilizza può dire e dare delle informazioni all’esterno, per cui penso che sia veramente molto importante conoscerla a fondo per conoscere se stessi. Teniamo presente che la voce è unica in ognuno di noi, molto più di un’impronta digitale di cui pare se ne possano trovare alcune simili fra gli esseri umani; la voce ci contraddistingue pienamente l’uno dall’altro, essa è proprio ciò che ci definisce dal punto di vista timbrico, acustico, fisiologico, ma chiaramente dentro quel suono si racchiude anche la nostra storia emotiva.

Ha compreso perfettamente ciò che intendevo. C’era e c’è ancora gente che non riesce a capire quanto lavoro ci sia dietro una voce. Questi studi, queste sperimentazioni che facciamo hanno l’obiettivo di divulgare questo pensiero, affinché si cominci a pensare alla Voce in maniera più totalizzante, ossia come strumento di comunicazione a 360° che ci rappresenta come persona, oltre che come artisti – nel caso in cui si faccia parte della schiera dei lavoratori dello spettacolo.

In questo mio viaggio di ricerca ho scelto di intraprendere anche questo studio di contrapposizione e comparazione tra Demetrio Stratos ed Antonin Artaud, prendendoli come esempi, il primo nel canto e nella sperimentazione vocale e il secondo nel teatro: ho potuto constatare che entrambi, nonostante abbiano vissuto in periodi storici differenti e si siano mossi in ambiti artistici diversi seppur accomunabili, sono arrivati alla conclusione che la Voce-Corpo sia una medicina naturale, un mezzo di rinascita personale, e proprio attraverso la loro arte e i loro studi hanno voluto dimostrare quanto il suo utilizzo e la sua conoscenza possa essere utile a tutti, sia nel settore canoro che in quello teatrale; l’Arte non più solo come svago effimero, passeggero, ma come “cura” per l’essere umano, liberazione corporea, perché l’Uomo non può fare a meno dell’Arte come l’Arte non può fare a meno dell’Uomo. 

Sono perfettamente d’accordo. Tieni presente che Demetrio Stratos (una testimonianza la si ha anche in un vecchio documentario a lui dedicato su Rai 4) si recava proprio nelle scuole per parlare di Voce, per rendere partecipi anche i bambini delle sue sperimentazioni vocali e i piccoli restavano affascinati da tutto questo. Questo era un modo ulteriore per far capire quanto la Voce fosse (ed è) uno strumento importante, anche nel relazionarsi col mondo. Infatti sia nei lavori di gruppo che in quelli individuali, sia nel teatro che nel canto, le persone che iniziano un percorso sulla Voce, man mano che prendono dimestichezza col proprio strumento, diventano più sicuri, l’autostima cresce inevitabilmente (parli e comunichi in modo migliore, sei meno timido, gestisci di più la tua emotività, …), si ottengono grandissimi riscontri. Non a caso, la Voce è musicoterapia e la Voce-Corpo è il primo strumento che utilizza il musicoterapeuta per lavorare.

 Ci parli un po’ del suo Vocal Harmonics in Motion®: in cosa consiste?

 Il metodo VHM (acronimo dall’inglese Vocal Harmonics in Motion®) parla di Armonici Vocali in Movimento. Ho scelto di eleggere il canto armonico (o meglio, la modalità di emissione degli overtone) come mezzo o tecnica principale del mio lavoro, perché – prima di tutto – è molto facile (a dispetto di quanto possa sembrare!): i bambini – per esempio – ci mettono cinque minuti per impararlo giocando (chiaramente nel caso in cui qualcuno voglia farlo diventare il suo principale mezzo espressivo artistico ci deve stare molto più tempo e studiarlo approfonditamente, come per tutte le cose, perché ci vuole allenamento e costanza). Quindi, dicevo, l’ho scelto perché il canto armonico può essere facile, ha un approccio ludico per tutti (indipendentemente dall’età anagrafica) e inoltre quando si riesce a farlo bene provoca dentro di noi, ancor di più di un canto tradizionale, una cascata emotiva di ormoni, di endorfine, insomma un senso di piacere e appagamento senza pari. Durante la sua emissione, si lavora sulla cosiddetta consonanza di testa, stimolandola fortemente, e di conseguenza abbiamo un personale cambio di stato di coscienza molto marcato, rapido. Per esempio, nel momento in cui si fa l’humming (ossia l’emissione controllata e silente di una “m” prolungata che dà una leggera sensazione di formicolio alle labbra) per poi passare gradualmente alla formazione e all’emissione degli armonici, pian piano, procedendo in questo esercizio vocale in stato meditativo, inizieremo a notare un notevole cambiamento (ciclo respiratorio, battito cardiaco, ecc.), come se riuscissimo magicamente a mantenere un controllo maggiore di noi stessi, raggiungendo una stabile sensazione di benessere psicofisico.

Quindi se dovessimo spiegare in poche e semplici parole cos’è il canto armonico?

 Il canto armonico è paragonabile all’immagine di copertina dell’album The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, mi riferisco al disegno del prisma, potremmo racchiudere lì il suo significato: il fascio di luce bianca entra nel prisma e viene scomposto nei colori primari. In altre parole, la nota fondamentale passa nei risuonatori (labbra, bocca, vocal tract e lingua) che sono il nostro “prisma” e da quello vengono fuori i vari colori della Voce, quindi i parziali che compongono la nota fondamentale. Di fatto, in termini musicali, si tratta proprio di estrarre il “colore” della Voce, ossia quello che poi va a costituire il timbro e che ci rende unici l’uno dall’altro e percettivamente riconoscibili. Per esempio, se togliessimo gli armonici da una tromba non la distingueremmo più da un pianoforte o da altri strumenti musicali. Con le tecniche del canto armonico, della manipolazione della nota fondamentale, siamo in grado di far suonare più o meno evidentemente il primo, il secondo, il quinto, il decimo, il dodicesimo armonico ed ottenere così quell’effetto “intervallo” o di sdoppiamento del suono che tanto affascina. Parliamo di “movimento” (ossia armonici “in movimento”, rifacendoci anche al nome del mio metodo di approccio didattico), perché – prima di tutto – c’è realmente un movimento all’interno del cavo orofaringeo (la lingua ha indubbiamente un ruolo primario in tutto questo) e poi ho anche scelto di abbinare a queste modalità di emissione una serie di movimenti presi dalla bioenergetica e anche da tradizioni millenarie, come il Qi Gong (ho questa matrice un po’ orientale nella mia formazione), che ho trovato molto efficaci in abbinamento con il suono.

Nella mia tesi ho parlato anche del concetto di grounding tratto proprio dalla bioenergetica e del pensiero di Alexander Lowen: mi è piaciuto molto questo parallelismo dell’albero e delle sue radici all’essere umano, per “(ri)collocarci” e ritrovare così noi stessi.

CertoIl concetto di “radicamento” è la base del mio lavoro, un lavoro carico – potremmo dire – di simbolismo.

Carico di suggestioni, allusioni, meglio ancora di percezioni.

 Esatto! Per esempio, nel momento in cui richiedo l’emissione di una “U” grave è per avvicinarci al concetto di radicamento, per sentirci come a stretto contatto con la terra, per poi passare all’emissione di una “I” accompagnandola alzando le braccia (sembrerà come se quella “I” non uscisse solo dalla bocca, ma dalla punta di ogni singolo dito della mano per andare verso l’alto, sempre di più): nel passaggio dalla “U” grave (fase di “radicamento”) alla “I” acuta (fase di “innalzamento”), è come se ci si sentisse davvero un germoglio che a sua volta diventa poi alberello, poi albero che mette radici e che cresce stagliandosi sempre più verso il cielo. Potremmo dire che va davvero in alto (anche con il suono) solo chi è ben radicato. Senza rendercene conto, raggiungeremo poi la cosiddetta nota di passaggio (che unisce le consonanze petto/testa) in maniera del tutto naturale, imparando spontaneamente. Ecco perché “in motion”, il movimento per me è fondamentale: se vuoi proiettare un suono, io te lo faccio prendere e lanciare (in senso figurato), come se prendessi, per esempio, la “O”, la stringessi fra le mani e la lanciassi in acqua come se fosse pietra oppure come scoccare una freccia. Il gesto corporeo aiuta fortemente la memorizzazione di particolari percezioni sensoriali, facendo sì che anche la Voce possa raggiungere una maggiore consapevolezza di sé, migliorandone l’uso quotidiano per sentirci così più liberi.

Quali esercizi consiglia ad allievi di musica e teatro per mantenersi in forma e in costante allenamento quotidiano per un utilizzo più consapevole della Voce-Corpo in ambito professionale? Lavora su propriocezione, postura e respirazione? Se sì, come?

 Prima ancora della Voce, lavoro particolarmente su propriocezione ed ascolto. Bisogna imparare ad ascoltarsi, a chiedersi “Come sto oggi?”, “Come sta andando?” (per esempio, se esco dalla sala prove accusando dolore o fastidio vocale, vuol dire che non sono in forma oppure che non ho lavorato nel migliore dei modi o che ci sarà qualcosa su cui – da ora in poi – dovrò fare particolare attenzione!). Subito dopo l’ascolto di se stessi, viene la respirazione, o meglio l’ascolto del proprio respiro: non è affatto semplice ed immediato per tutti. Fra gli esercizi basilari, faccio fare tanto l’humming, ossia l’emissione silenziosa della “M” con la masticazione a vuoto e conseguente passaggio dalla “M” alla “N”; successivamente faccio usare – se necessario – anche le “cannucce” che sono compresi fra i cosiddetti dispositivi SOVTE (Semi Occluded Vocal Tract Exercises): non impiego la mascherina e non faccio fare altri esercizi a vocal tract semi-occluso, ma prediligo l’uso della cannuccia da sola oppure la cannuccia inserita in una bottiglietta riempita a metà di acqua. Questi li inserisco fra gli esercizi di riscaldamento/defaticamento vocale e anche come mezzi per incrementare le proprie potenzialità espressive. Quindi propriocezione e respirazione unite nell’ascolto di se stessi, questo è il mio lavoro, attraverso un viaggio individuale che diventa come un vero e proprio rito di purificazione per riconoscersi pienamente. Le persone che frequentano i miei seminari è come se scegliessero di tuffarsi in un viaggio sonoro che li allontani momentaneamente dai rumori esterni per concentrarsi su se stessi, per darsi spazio e collocarsi – come sono solito dire – nella stanza del respiro (come una meditazione yoga, per intenderci). Da lì, dalla stanza del respiro, si inspira e si espira profondamente e silenziosamente, passando poi all’emissione della “S” (per scacciare pensieri tristi, rabbia e pesi vari che ci portiamo nella nostra vita, talvolta troppo frenetica). Dopodiché passo all’humming (la “M”, di cui ho accennato prima) che aiuta il rilassamento, sfruttando le cavità nasali e la consonanza: qui si attiva fortemente la propriocezione. Poi si passa alla “N”, come suddetto, che dà una sensazione di verticalità del suono, sfruttando una diversa consonanza e risonanza rispetto alla “M”. Successivamente, se si vorrà e se reputo necessario, da qui si parte ad esplorare il canto armonico, attraverso l’enfatizzazione sonora nel passaggio lento da “M” a “N” (a bocca chiusa), come se si masticassero le due lettere, in leggera nasalizzazione: nel caso in cui si abbia la strana (ma bella) sensazione di sentire più suoni in uno, detto in parole semplici, si avrà a che fare con gli armonici. È un viaggio di continua sperimentazione, un dialogo intimo e silenzioso con se stessi.

 Insomma pochi (intensi) esercizi base, per un vero e proprio viaggio dentro di sé, per ritrovarsi, ascoltarsi, conoscersi meglio. È come se imparassimo a guardarci dal di fuori, da un occhio esterno che sappia osservare i nostri movimenti e da un occhio interno che sappia invece percepire le nostre più piccole tensioni ed emozioni.

 Sì. Tutto è ascolto, osservazione, concentrazione.

 Nel suo mondo fatto di musica come terapia e anche nei suoi seminari (che mi piace definire, più che corsi, “viaggi esperenziali”), quali effetti ha riscontrato sui partecipanti?

Mi capita di incontrare persone con storie diversissime fra loro nei miei seminari: ci sono artisti (attori, cantanti e chiunque usi la Voce a livello professionale), c’è chi viene per cercare di conoscersi meglio, risolvere dei problemi personali o scontrarsi con la propria emotività per uscirne più forte. Diciamo che non c’è una richiesta terapeutica vera e propria, per cui possiamo dire che il mio lavoro non è terapia ma è terapeutico. Chiaramente se lavoro con pazienti psichiatrici è un altro mondo e in questi casi bisogna stare anche molto attenti agli effetti del lavoro vocale, perché esso può caricare positivamente, ma può anche scompensare qualcos’altro. Gli esercizi ai quali sottopongo un professionista vocale e un paziente patologico talvolta possono anche essere identici, ma ciò che davvero differisce l’uno dall’altro è l’obiettivo: il professionista vocale lavora per migliorare ed ottimizzare la sua performance, mentre il paziente patologico lavora per gradi ed è accompagnato in un percorso che porti ad uno stato di equilibrio emotivo. In ogni caso, parto sempre e comunque dall’ascolto di se stessi.

Realmente non so mai chi mi capiterà in un seminario, quindi la cosa fondamentale è non dimenticarsi mai di utilizzare la Voce con estrema attenzione, perché non tutti possono essere preparati ad un lavoro così personale, perché qui non si parla di lavoro tecnico o su spartito – per intenderci, ma si parla di emozioni, di situazione psicofisica, a cui bisogna affacciarsi con estrema cura e sensibilità. Naturalmente nel caso di pazienti affetti da tossicodipendenza, depressione, ansia, autismo, varie lesioni cerebrali, mi affianco a medici specialisti (come neurologi, psicologi e psicoterapeuti, omeopati, ecc.). Non è facile lavorare in questi ambiti, bisogna avere determinate competenze e la musicoterapia può ottenere delle risposte positive in certi casi: per esempio, è ormai stato attestato che l’utilizzo della Voce come strumento terapeutico principale vede la mia metodologia (Vocal Harmonics in Motion®) particolarmente indicata per il recupero dei pazienti affetti da afasia o da patologie legate alla Voce e alla comunicazione. Per quanto riguarda la relazione tra musica e linguaggio nei pazienti pediatrici con disturbo dello spettro autistico, uno studio internazionale ha valutato l’efficacia della musicoterapia, in particolare dell’improvvisazione musicale, su un campione di quasi 400 bambini autistici di 4-7 anni di nove Paesi diversi, fra cui il nostro.

Risultati molto importanti. Non c’è alcun dubbio: l’Arte è phàrmakon per il corpo e per l’anima.

Assolutamente sì. Uso sempre un’immagine [v. sopra] come metafora del mio lavoro: sembra un semplice oggetto rotto, da buttare, ma in realtà è un oggetto le cui parti frantumate sono state rimesse a nuovo riempiendole di oro, cosicché l’oggetto possa essere conservato intero, non a cocci, persino rivalutandolo. Si chiama Kintsugi, l’arte giapponese di riparare oggetti rotti; metaforicamente è l’arte di ridare valore alle proprie ferite, abbracciando pienamente la bellezza delle “cicatrici”. La stessa cosa succede quando io lavoro sulla Voce di una persona, sia a livello artistico che terapeutico: so bene di avere a che fare con la sua storia personale, quindi con le sue gioie ma anche con i suoi dolori; se le sue ferite riescono a riempirsi di oro riacquistano valore trasformandosi in forza e tutto viene poi automaticamente a ricadere sulla Voce (nell’interpretazione di una canzone come nella quotidianità).

Proprio così esce fuori la nostra vera essenza e non abbiamo più paura di nasconderci, perché sono proprio le nostre ferite a renderci davvero unici.

Due parole, tecnica e improvvisazione: cosa le viene in mente? Quanto è importante l’una e l’altra per essere un artista vocale?

Secondo me sono importanti ambedue, sono a 50 e 50. La tecnica serve prima di tutto ad imparare come non farci male e poi ad evolvere vocalmente, mentre l’improvvisazione ci dà la libertà di esplorare dei linguaggi sempre diversi e sconosciuti, pur facendoci capire ugualmente tante cose con maggiore spontaneità.

Potremmo dire che il lavoro prettamente di musicoterapia è basato più sull’improvvisazione che sulla tecnica?

 La musicoterapia, anche quella non vocale, o meglio la metodologia con cui mi sono formato – che è il modello Benenzon (dal nome del fondatore Rolando Omar Benenzon, musicista e psichiatra argentino) – è basata sul non verbale (con l’utilizzo di Voce e strumenti) e sull’improvvisazione, è un dialogo sonoro a tutti gli effetti, dove tu dici senza dire con le parole, ma semplicemente interagendo con gli strumenti e con la tua stessa Voce. Insomma improvvisazione pura. In ambito pienamente artistico, invece, tecnica ed improvvisazione devono andare di pari passo, l’uno può prevalere sull’altro saltuariamente, ossia può capitare che l’uno si scontri fortemente con l’altro, ma comunque sono entrambi parte attiva del processo di comunicazione ed espressione artistica e – secondo me – bisognerebbe lavorare sempre in maniera sinergica e complementare. La tecnica non può esistere senza l’altra e viceversa.

Concludo chiedendole una cosa a cui potrà rispondere anche con poche semplici parole che possano sintetizzare un po’ il motivo per cui ha scelto la difficile, affascinante e delicata strada dell’Arte e delle emozioni: per lei, cos’è la Voce o Voce-Corpo?

 Mi sento di dire che non ho scelto, ma sono stato scelto. Inizialmente la strada che avevo intrapreso era completamente diversa da quella attuale, poi ad un certo punto, quasi casualmente, sono stato scelto dalla via della Voce e non ho potuto fare a meno di percorrerla. Quindi per me è tutto, è il mio lavoro, la mia passione, la mia espressione artistica, tutto si fonde nel mio percorso di essere umano. Sono nel posto giusto a far la cosa giusta. Aggiungo che faccio la cosa più bella del mondo. Spero sempre di trasmettere l’entusiasmo con il mio lavoro e per il mio lavoro. Nel momento in cui trovi la tua direzione non c’è nient’altro, sei talmente dentro, come in un flusso continuo e costante, da non dover neppure cercare altro, devi solo essere. Una volta che sei davvero a fuoco, nel tuo ambiente, arriva tutto: le persone giuste, il lavoro, le occasioni. Neppure l’Universo può andare contro di te, perché tu sei quello e basta, tutto funziona esattamente come deve essere.

Grazie infinite per la sua preziosa disponibilità e gentilezza.

 Grazie a te.

SERENA VERGA cantautrice, cantante interprete e attrice. Laureata in Lettere e con Laurea Magistrale in Spettacolo e Produzione Multimediale conseguita con Lode. Esperta in Vocologia Artistica. Ha studiato in accademia sia musica che teatro (anche musical), vantando la partecipazione a tantissimi corsi e stage con Maestri nazionali e internazionali. Ama scrivere. Insegnante di canto e voce, si occupa anche di direzione corale e di laboratori teatrali. Studiosa e sperimentatrice vocale, spazia fra vari generi e stili, dal pop al jazz e al musical, senza mai tralasciare la bellezza dell’improvvisazione e le innumerevoli possibilità di espressione ritmica e di interpretazione artistica. È critica musicale e teatrale, cinematografica e televisiva.

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Il diario della Voce

Una delle richieste che riscuote più interesse tra le persone che intendono intraprendere un percorso individuale di conoscenza e crescita personale attraverso la Voce è quella del “diario”.

Personalmente ritengo che il diario sia un formidabile strumento, che accompagna durante il percorso, ma che riveste un’utilità ancora più profonda al termine della relazione terapeutica.

Entrare in contatto profondo con la propria voce implica spesso trovarsi di fronte a blocchi o eventi traumatici che hanno avuto luogo nel corso della nostra esistenza, e che spesso si ripresentano sotto forme che non riusciamo a riconoscere immediatamente, ma che possono influenzare il nostro modo di relazionarci con il mondo. Il diario della Voce, diventa un modo utile per mettere “nero su bianco” i nostri pensieri, le emozioni che stiamo vivendo, le paure, ma anche le intuizioni, i progressi, gli obiettivi raggiunti, i talenti che abbiamo riscoperto, i sogni che vogliamo realizzare.

Il diario nel tempo prenderà forza e quando lo rileggeremo, potremo tracciare a ritroso la rotta di un viaggio interiore, dal punto di arrivo al punto di partenza, ripercorrendo nella memoria e nelle emozioni tutto il nostro vissuto e il modo in cui abbiamo superato gli ostacoli e elaborato le nostre sofferenze,

La scrittura spesso può essere vissuta come un ostacolo, ecco perché invito a redigere il diario utilizzando anche altri modi: il disegno, la poesia, gli aforismi, il collage, la registrazione digitale, i video… e così capita spesso che un diario si possa trasformare in opera d’arte. Eccone un esempio.

 Lorenzo Pierobon©

 

 

 

Movimento del corpo movimento della Voce

Muovere la voce significa entrare in contatto profondo con il nostro corpo e non solo con l’apparato fonatorio preposto alla emissione vocale. Il metodo VHM, prevede spesso l’utilizzo della voce in sinergia con movimenti o posture statiche per migliorare l’efficacia della propria performance artistica, per acquisire strumenti utili a creare un proprio stile o semplicemente per favorire una corretta e salutare emissione vocale.
Le tensioni muscolari ostacolano il respiro e non lo rendono funzionale alla libera espressione vocale, ecco perché VHM si focalizza su tre aspetti fondamentali: propriocezione corporea (posizioni), percezione dei processi mentali e fisiologici, propriocezione respiratoria (respirazione), per guidare il “sistema” verso una ritrovata unità corpo/voce.

Lorenzo Pierobon©

Disegni di Stefania Mattia