Archivio dei tag teoria polivagale

Il suono dentro. Come la voce e le frequenze parlano alle nostre cellule

Siamo abituati a pensare al suono come a qualcosa che percepiamo esclusivamente con le orecchie o che ci regala emozioni attraverso la musica. Ma ti sei mai chiesto cosa succede dentro il tuo corpo quando emetti un suono o vieni investito da un’onda acustica?

La scienza sta iniziando a rispondere a questa domanda in modo sorprendente. Una ricerca scientifica intitolata “Acoustic modulation of mechanosensitive genes and adipocyte differentiation” ha dimostrato che le cellule del nostro corpo non solo “sentono” il suono, ma reagiscono direttamente a esso modificando la propria attività genica. In altre parole: la voce e le vibrazioni sonore sono veri e propri stimoli biologici.

Come fanno le cellule ad “ascoltare”?

Per molto tempo la scienza ha studiato come le cellule reagiscono a forze fisiche evidenti, come la pressione o lo stretching. Questa ricerca, invece, ha voluto capire l’effetto delle frequenze  sonore udibili.

Utilizzando sistemi di controllo precisi all’interno dei laboratori, i ricercatori hanno scoperto un vero e proprio percorso di “ascolto” cellulare:

  1. Il contatto: Le onde acustiche stimolano i punti di ancoraggio delle cellule con l’esterno (i cosiddetti contatti focali).
  2. L’attivazione: Questo stimolo mette in moto una proteina specifica (la chinasi FAK) e attiva geni legati alla risposta meccanica.
  3. Il cambiamento: Le cellule rispondono modificando la propria struttura interna ed espandendo i loro confini.

Curiosamente, lo studio ha evidenziato che le cellule dei tessuti connettivi e muscolari sono tra le più sensibili a questo tipo di stimolazione, arrivando persino a frenare la maturazione delle cellule di grasso quando esposte a onde acustiche continue o periodiche.

Quindi, come unire voce e benessere miofasciale? Se le cellule rispondono alla pressione e alle vibrazioni sonore, possiamo sfruttare la nostra stessa voce come uno strumento di stimolazione consapevole. Unendo i principi di questa ricerca alla cura del corpo, possiamo focalizzarci su due obiettivi: il rilassamento miofasciale e la performance vocale.

Rilasciare le tensioni con il “massaggio sonoro” interno

I tessuti connettivi del nostro corpo amano la vibrazione. Quando emettiamo suoni a bassa frequenza e a intensità costante,  come il classico humming (il ronzio a bocca chiusa), l’onda sonora non viaggia solo nell’aria, ma si propaga per conduzione interna attraverso le ossa e i tessuti molli.La voce è uno strumento complesso, ricco di frequenze e armoniche. Lo studio ha dimostrato che la varietà delle forme d’onda (da quelle semplici a quelle più complesse) genera risposte cellulari differenti.

Lavorare sull’emissione di vocali aperte e sulla risonanza permette di utilizzare uno spettro armonico completo. Mantenere una pressione d’aria stabile e controllata durante la fonazione garantisce uno stimolo meccanico sano sui tessuti fonatori, favorendo l’efficienza vocale e la resistenza allo stress fisico.

La chiave di tutto: costanza e intenzione

Dalla ricerca emerge un dettaglio fondamentale: gli stimoli acustici occasionali non bastano a creare cambiamenti profondi. Sono la persistenza e la regolarità, e aggiungerei anche l’intenzione , nel tempo ad attivare le risposte geniche a lungo termine (come quelle osservate dopo cicli ripetuti di stimolazione). Integrare piccoli momenti di lavoro vocale consapevole e intenzionale nella propria routine quotidiana non significa solo migliorare il modo in cui parliamo o cantiamo, ma entrare in risonanza profonda con la biologia del nostro corpo.

Lorenzo Pierobon 2026©

 

Musicoterapia BB Studio Monza

“Ogni malattia è un problema musicale. Ogni cura è una soluzione musicale” (Novalis)

La World Federation of Music Therapy (Federazione Mondiale di Musicoterapia) da la seguente definizione di musicoterapia: è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive. La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione intra- e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.

info: pierobon.lorenzo@gmail.com

Il nostro studio propone interventi di gruppo e individuali basati su questi presupposti.

L’utilizzo del suono come strumento di cura accompagna l’umanità fin dalle sue origini. In ogni cultura la voce e la musica hanno rappresentato strumenti di relazione, guarigione, espressione emotiva e connessione tra corpo, mente e dimensione interiore. Oggi le neuroscienze confermano come la pratica musicale e vocale coinvolga numerose aree cerebrali legate a movimento, linguaggio, memoria, emozioni, attenzione e relazione sociale, favorendo processi di neuroplasticità, regolazione emotiva e integrazione psicofisica.

Il metodo Vocal Harmonics in Motion® nasce dall’incontro tra musicoterapia, ricerca vocale, pedagogia della voce, improvvisazione sonora, ascolto profondo e studio degli armonici vocali. Non si tratta di un percorso finalizzato all’apprendimento del canto, ma di un’esperienza attraverso cui utilizzare la voce come strumento di consapevolezza, equilibrio e sviluppo delle proprie potenzialità.

Ogni persona possiede una propria identità sonora: la voce riflette il modo in cui respiriamo, percepiamo il corpo, viviamo le emozioni e ci relazioniamo con il mondo. Attraverso tecniche di respirazione, risonanza, vocalizzazione, canto armonico, movimento e improvvisazione, il metodo accompagna la persona nella riscoperta della propria espressione vocale, favorendo una maggiore integrazione tra corpo, emozioni e pensiero.

Training con armonici vocali

L’utilizzo degli armonici rappresenta uno degli elementi distintivi del metodo. L’ascolto e l’amplificazione naturale delle componenti armoniche della voce sviluppano la percezione corporea, la qualità del suono, la capacità di ascolto e una maggiore presenza nel momento presente. La voce diventa così uno strumento di esplorazione personale e di relazione.

Un approccio integrato

Ogni percorso considera la persona nella sua globalità:

  • dimensione corporea
  • dimensione emotiva
  • dimensione cognitiva
  • dimensione relazionale
  • creatività ed espressione personale
  • dimensione spirituale quando rappresenta una risorsa significativa.

Il metodo non propone modelli rigidi, ma accompagna ogni individuo nella ricerca del proprio equilibrio attraverso esperienze sonore, vocali e corporee.

Aree di sviluppo

Consapevolezza personale
Riconoscere risorse, difficoltà e caratteristiche individuali per costruire un rapporto più autentico con sé stessi.

Autonomia e crescita personale
Sviluppare fiducia, creatività e capacità di trasformazione.

Gestione dello stress e benessere psicofisico
Utilizzare voce, respirazione e ascolto per favorire regolazione del sistema nervoso, rilassamento e resistenza.

Relazione e comunicazione
La voce è uno strumento relazionale: lavorare sull’espressione vocale significa migliorare ascolto, presenza, empatia e capacità comunicative.

Musicoterapia vocale

Nel contesto della musicoterapia vocale la voce viene utilizzata come mezzo terapeutico e relazionale, non come prestazione artistica. Respirazione, vocalizzi, risonanza, canto spontaneo, improvvisazione, ritmo e prosodia possono favorire:

  • espressione emotiva;
  • comunicazione verbale e non verbale;
  • attenzione, memoria e linguaggio;
  • percezione corporea;
  • regolazione respiratoria;
  • processi di neuroplasticità.

La ricerca scientifica evidenzia risultati significativi nell’utilizzo di interventi musicali e vocali in ambito neurologico e riabilitativo, in particolare nei percorsi rivolti ad afasia, esiti di ictus, Parkinson e disturbi della comunicazione.

Il ruolo dell’ascolto

L’ascolto rappresenta un elemento centrale del metodo. Non è soltanto percezione sonora, ma capacità di presenza, attenzione e relazione.Attraverso prat iche di “ascolto profondo”, paesaggi sonori, meditazione sonora, improvvisazione e tecniche di consapevolezza corporea, la persona sviluppa una maggiore capacità di ascoltare sé stessa e l’ambiente.

Si utilizzano:

  • voce
  • strumenti acustici
  • campane tibetane
  • diapason terapeutici
  • didgeridoo
  • strumenti ancestrali
  • vibrazione corporea

Ambiti di applicazione

Il metodo trova applicazione in ambito clinico, educativo, riabilitativo e formativo. È utilizzato in percorsi rivolti a persone affette da:

  • afasia ed esiti di ictus;
  • lesioni cerebrali acquisite;
  • disturbi dello spettro autistico;
  • disturbi della comunicazione;
  • decadimento cognitivo e malattie neurodegenerative;
  • ansia, depressione e disagio emotivo;
  • problematiche vocali.

Gli interventi possono integrarsi con il lavoro di équipe composte da professionisti sanitari, educatori, psicologi, neurologi e psicoterapeuti.

Voce, benessere e sviluppo professionale

Il metodo è rivolto anche a persone che desiderano migliorare la propria espressione vocale, presenza e qualità comunicativa. È particolarmente indicato per:

  • cantanti;
  • attori;
  • insegnanti;
  • formatori;
  • coach;
  • manager;
  • musicisti;
  • professionisti della comunicazione.

La voce diventa uno strumento per sviluppare presenza, leadership, creatività, gestione dello stress e capacità relazionali.

Una metodologia fondata sulla relazione

Il percorso nasce dall’ascolto dell’unicità della persona e dal riconoscimento della sua identità sonora. Il riferimento al concetto di ISO (Identità Sonora Individuale) elaborato da Rolando Benenzon rappresenta uno dei fondamenti della relazione musicoterapeutica: ogni individuo possiede un patrimonio sonoro unico che può diventare il punto di partenza per un percorso di trasformazione. L’obiettivo finale non è soltanto modificare un sintomo, ma favorire una maggiore qualità della vita, autonomia, espressione autentica e possibilità di relazione con sé stessi, con gli altri e con il mondo.

Musicoterapia clinica (modello Benenzon)

La musicoterapia clinica secondo il modello Benenzon, ideato dallo psichiatra argentino Rolando Benenzon, è un approccio terapeutico basato sulla relazione non verbale. Attraverso il suono, la voce, la musica, il silenzio e il movimento, favorisce la comunicazione, la relazione e il benessere della persona, soprattutto quando il linguaggio verbale è limitato o compromesso. Elemento centrale del modello è l’ISO (Identità Sonora Individuale), ovvero l’insieme delle caratteristiche sonore che esprimono la storia affettiva, relazionale ed emotiva di ogni individuo. La relazione terapeutica nasce proprio dall’ascolto e dal riconoscimento di questa identità sonora. L’intervento è personalizzato, individuale o di gruppo, e si integra con i percorsi educativi, riabilitativi e sanitari, in collaborazione con l’équipe multidisciplinare.

Ambiti di intervento

La musicoterapia clinica è rivolta a persone con disturbi dello spettro autistico, disabilità intellettive e neuromotorie, sindromi genetiche, afasia, esiti di ictus o lesioni cerebrali, malattie neurodegenerative, demenze, Parkinson, disturbi psichiatrici, dipendenze e altre condizioni di disagio psicosociale.

Obiettivi

Gli obiettivi vengono definiti in base alle esigenze della persona e comprendono il miglioramento della comunicazione, delle capacità relazionali e cognitive, della coordinazione motoria, della regolazione emotiva e della qualità della vita, favorendo inclusione, autonomia e partecipazione.

Un approccio integrato

La Musicoterapia Clinica rappresenta uno dei fondamenti del metodo Vocal Harmonics in Motion®. I due approcci condividono l’importanza della relazione e dell’identità sonora, ma operano in ambiti differenti: la musicoterapia è orientata alla riabilitazione e al contesto clinico, mentre il metodo Vocal Harmonics in Motion® estende questi principi alla voce, al canto armonico, alla formazione, allo sviluppo personale e alla promozione del benessere.

Lorenzo Pierobon

Feedback auto-organizzato e canto armonico

Nel mondo dei sintetizzatori questo fenomeno è molto evidente. Quando si parla di feedback auto-organizzato non si intende semplicemente il classico ritorno di segnale che produce un feedback o una saturazione. Nei sintetizzatori modulari, per esempio, il segnale può essere reintrodotto nel sistema attraverso percorsi non lineari. Un’uscita può rientrare in un filtro, il filtro può modulare un oscillatore, l’oscillatore può a sua volta influenzare un inviluppo o un generatore di controllo. A quel punto il circuito non si comporta più come una semplice catena lineare ma come un sistema dinamico. Ogni variazione in un punto del sistema modifica tutto il resto.

Quando il canto armonico viene praticato in gruppo succede qualcosa di molto simile a ciò che accade nei sistemi di feedback complessi. Non siamo più davanti a singole voci isolate ma a un campo sonoro collettivo. Ogni voce entra nel sistema come una sorgente che interagisce continuamente con le altre.

Nel canto armonico questa interazione è particolarmente intensa perché la voce non produce soltanto una nota fondamentale. Genera anche una serie di armonici che possono essere messi in evidenza con la modulazione della cavità orale, della lingua e delle labbra. Quando più persone fanno questo contemporaneamente si crea una trama acustica estremamente ricca. Le serie armoniche delle diverse voci iniziano a sovrapporsi, a rinforzarsi o a interferire tra loro.

A quel punto il gruppo funziona come una rete di feedback acustico naturale. Ogni cantante ascolta il campo sonoro complessivo e modifica inconsciamente microparametri della propria emissione: l’intonazione, l’intensità, la posizione del suono. Queste piccole regolazioni cambiano l’equilibrio generale e generano nuove configurazioni armoniche che a loro volta influenzano gli altri cantori.

Il risultato è un sistema auto-organizzato.

Spesso, durante queste pratiche, emergono fenomeni che non sono stati pianificati. Si percepiscono pulsazioni collettive, battimenti ritmici tra armonici vicini, oppure armonici molto chiari che sembrano apparire nello spazio tra le voci. Alcuni partecipanti raccontano addirittura di sentire una sorta di “terza voce”, come se il gruppo generasse un suono supplementare.

Dal punto di vista acustico questo avviene perché le onde sonore delle diverse voci entrano in interferenza costruttiva e distruttiva. Ma dal punto di vista percettivo l’esperienza è più complessa: il gruppo diventa una specie di organismo sonoro unico.

In questo contesto possono verificarsi anche vere e proprie biforcazioni del sistema vocale collettivo. Basta una variazione minima qualcuno che sposta leggermente la fondamentale, qualcuno che enfatizza un altro armonico perché l’intero campo sonoro cambi configurazione. Una tessitura stabile può improvvisamente trasformarsi in una pulsazione comune. Un bordone continuo può aprirsi in una trama di armonici molto brillanti.

È qui che il canto armonico di gruppo diventa qualcosa di più di una tecnica vocale. Diventa una pratica di ascolto profondo. Ogni cantante smette di controllare rigidamente il proprio suono e inizia a lavorare sul limite tra intenzione e adattamento. In un certo senso il gruppo pratica una forma sonora di equilibrio dinamico: ognuno mantiene il proprio centro vocale ma allo stesso tempo si lascia influenzare dal campo collettivo.

Quando questo equilibrio funziona bene accade una cosa molto interessante. Il gruppo entra in uno stato di coerenza acustica. Le voci si allineano progressivamente e il sistema diventa più stabile ma anche più sensibile. In questa condizione basta un gesto minimo per generare trasformazioni percepibili.

Per questo il canto armonico in gruppo non è soltanto un’esperienza musicale. È un laboratorio vivente di sistemi complessi. Le voci creano un ambiente vibratorio condiviso che evolve nel tempo. Il musicista non si limita più a produrre suono ma partecipa a un processo collettivo di organizzazione sonora, dove l’ascolto reciproco diventa il vero motore della trasformazione.

Lorenzo Pierobon 2026 ©

 

Il Mistero della Voce 12 dicembre – Milano

Le date:  12 dicembre  2026

13 febbraio – 10 aprile  2027

Un laboratorio che nasce dall’esperienza di Lorenzo Pierobon, musicoterapeuta, cantante e ricercatore della Voce, e dall’esigenza di iniziare a trasmettere una conoscenza accumulata in quasi trenta anni di ricerca e sperimentazione vocale. Gli incontri sono pensati per indagare lo strumento voce in maniera profonda, non soffermandosi esclusivamente sulla parte tecnica, ma esplorando le componenti più misteriose che conferiscono alla Voce lo status di “strumento trasformativo”. Le tecniche del canto armonico (overtones singing) ci accompagneranno in questo percorso alla scoperta della parte più nascosta e potente della voce: la componente esoterica. Tutti possono partecipare, non servono prerequisiti tecnici, in particolare è consigliato:

• A coloro che desiderano intraprendere un percorso di crescita personale e di consapevolezza

• Professionisti della relazione di aiuto (medici, psicologi, counselor, operatori olistici, insegnanti, etc).

• Artisti

• Cantanti e danzatori

• Esploratori

Gli incontri sono fruibili singolarmente, ma è fortemente consigliato il percorso completo, al termine del quale sarà rilasciato un attestato di frequenza. Per chi lo desiderasse è possibile attivare sessioni individuali di tutoring e supervisione in presenza, dove possibile, oppure online. (Gli incontri individuali, sono da considerarsi come costo a parte e saranno concordati direttamente con l’insegnante).

PROGRAMMA DETTAGLIATO

 

Presso:  Rajawara Viale Aretusa, 30, 20147 Milano MI

PROGRAMMA DETTAGLIATO

Segreteria KAILASH e-mail informazioni@cckailash.it

pierobon.lorenzo@gmail.com.   cell. 3495845588

 

Il mistero della voce esplorazioni sonore e riflessioni per una nuova vocalità

In questo volume, Lorenzo Pierobon, musicoterapeuta, cantante e ricercatore, offre un’esplorazione accurata del ruolo della voce. L’autore intreccia in modo originale l’esperienza artistica con la ricerca teorica e le pratiche concrete, proponendo una visione che va oltre la semplice comunicazione. Il libro presenta un approccio che fonde musicoterapia, neuroscienze, tradizioni contemplative, canto armonico e ricerca musicale, offrendo al lettore un quadro completo e ragionato. Non si tratta di un manuale tecnico, né di un saggio accademico, ma di un’opera che restituisce alla voce la sua dimensione più autentica e universale: un ponte tra corpo, emozione, pensiero e creatività.
Un testo che non si limita a raccontare, ma invita a sperimentare in prima persona, restituendo al canto il suo valore originario e universale: un ponte tra presenza, ascolto e consapevolezza.
Un invito a riscoprire l’atto del cantare come gesto primordiale e contemporaneamente rivoluzionario: un mezzo per ritrovare radicamento e libertà, rivelando che la voce non è solo un mezzo di comunicazione, ma un cammino di conoscenza e trasformazione interiore.

La rete multimodale nella gestione dei gruppi vocali: teoria e pratica

Quando si parla di rete multimodale nel suo senso classico, ci si muove dentro un territorio che appartiene alle neuroscienze, alla psicologia cognitiva e alla teoria dei sistemi complessi. Una rete multimodale, in questo contesto, è l’integrazione simultanea di più canali di informazione: sensoriali, motori, cognitivi, emotivi. Il cervello non elabora il mondo a compartimenti stagni, ma attraverso reti distribuite che mettono in dialogo vista, udito, tatto, memoria, emozione e intenzione. Ogni esperienza significativa nasce dall’attivazione coordinata di più modalità, non da una sola.

In ambito terapeutico, educativo e riabilitativo, il concetto classico di rete multimodale viene usato per spiegare perché un apprendimento o un processo di cura è più efficace quando coinvolge più canali contemporaneamente. Non basta capire qualcosa con la testa: serve sentirla nel corpo, vederla, ascoltarla, agirla. La multi modalità, qui, è una strategia di potenziamento dell’esperienza e di integrazione neurale. È un modello che descrive come funziona il sistema umano quando è in salute o quando viene stimolato in modo efficace.

La rete multimodale classica osserva il sistema dall’esterno, come se l’esperienza potesse essere mappata senza essere attraversata. La voce, in questo scenario, è uno dei canali possibili, spesso ridotta a veicolo di linguaggio o a stimolo uditivo. Utile, certo, ma non centrale.

Quando si parla di conduzione di un gruppo attraverso la voce, resiste ancora l’idea che il ruolo di chi guida sia soprattutto pedagogico o direttivo. Spiegare, chiarire, indicare una direzione. Ma chi lavora davvero con la voce, chi la attraversa come esperienza viva e non come tecnica, conosce un’altra verità: il gruppo non segue ciò che viene detto, segue ciò che viene sentito. Segue uno stato, una qualità di presenza, una coerenza profonda che si irradia prima ancora delle parole.

Il gruppo si sintonizza istintivamente sul corpo del conduttore, sul suo respiro, sulla densità del silenzio che porta con sé. Emozioni, immaginazione e relazione si allineano o si disallineano a partire da lì. È in questo spazio di risonanza che la rete multimodale emerge non solo come un metodo da applicare dall’esterno, ma come una struttura viva, organica, già presente nel campo, che chiede solo di essere riconosciuta e abitata.

La rete multimodale trasforma la voce da semplice emissione sonora a evento percettivo complesso. Ogni atto vocale autentico mette in moto simultaneamente più piani dell’esperienza. Il corpo vibra, l’emozione si muove, l’immaginazione si accende, la relazione si riorganizza. Quando questi modi sono allineati, la voce del conduttore smette di guidare frontalmente e inizia a creare le condizioni affinché il gruppo trovi il proprio equilibrio interno, la propria capacità di auto-regolazione.

Il primo livello su cui questa rete si manifesta è il corpo. È il fondamento biologico e percettivo di ogni processo terapeutico. Un gruppo, prima ancora di potersi aprire all’ascolto emotivo o simbolico, deve sentire sicurezza. Il sistema nervoso dei partecipanti scansiona continuamente l’ambiente alla ricerca di segnali di stabilità. In questa fase la voce del conduttore agisce come un’ancora. Non si tratta semplicemente di produrre un suono, ad esempio grave, ma di incarnare la gravità. Una voce che risuona nel bacino e nell’addome comunica implicitamente che c’è terra sotto i piedi, che il corpo può appoggiarsi.

Nella pratica, questo avviene spesso in modo molto semplice. Il gruppo è seduto o in piedi, gli occhi possono chiudersi. Il respiro rallenta, con un’espirazione più lunga dell’inspirazione, e da questo spazio emerge una vocale profonda, una “U” scura, quasi primordiale. La vibrazione scende lungo la colonna vertebrale, si raccoglie nel bacino, sembra affondare nella terra. Il conduttore non chiede di “fare” qualcosa, ma di diventare pesanti con il suono, di sentire come la vibrazione massaggia gli organi interni. Dopo qualche minuto, il silenzio che segue è già diverso. Il corpo del gruppo è cambiato.  È la saggezza del “sentire”, una conoscenza che non ha bisogno di immagini elevate, ma di presenza densa.

Quando il corpo del gruppo è stabilizzato, la rete si espande naturalmente verso il secondo modo, quello emotivo. La voce risale nel torace e cambia funzione. Non deve più soltanto sostenere, ora deve accogliere. Il cuore diventa una cassa di risonanza collettiva. Suoni rotondi, come una “A” calda associata a una “mmm”, attivano una vibrazione che si espande dal centro del petto e coinvolge il campo relazionale. Qui non si cerca una catarsi disordinata, ma la capacità di contenere e far vibrare ciò che è presente.

In ambito terapeutico questo passaggio è cruciale. È il momento in cui le emozioni individuali smettono di essere personali e diventano esperienza condivisa. Un esercizio emblematico in questo senso è il lavoro a coppie, dove una persona emette un suono che riflette sinceramente il proprio stato emotivo del momento, mentre l’altra ascolta con tutto il corpo. Dopo qualche istante, l’ascoltatore entra nel suono, cercando di rispecchiarne timbro e intenzione emotiva. Non per imitare, ma per sintonizzarsi. In questo gesto semplice avviene qualcosa di profondo: l’emozione viene riconosciuta senza essere nominata, validata senza essere analizzata. La voce del conduttore, in questa fase, dice implicitamente al gruppo: ciò che senti è sostenibile, può essere visto, condiviso.

Da questo spazio di risonanza emotiva nasce spontaneamente il lavoro collettivo. Il canto circolare non è più una tecnica, ma una conseguenza naturale del campo che si è creato. I partecipanti si dispongono in cerchio e iniziano a tessere un suono comune, ognuno aggiungendo ciò che sente necessario. Il conduttore non dirige in modo rigido, ma ascolta, entra ed esce dal flusso, a volte sostenendo una pulsazione, a volte ritirandosi nel silenzio. Il gruppo impara a percepirsi come organismo, a regolare da sé intensità, densità, respiro. È qui che la risonanza empatica diventa uno strumento di co-regolazione profonda.

Quando il campo emotivo è sufficientemente sicuro e condiviso, la rete può aprirsi al terzo modo, quello immaginativo. La voce sale, si fa più sottile, meno ancorata alla funzione comunicativa. Le frequenze alte, le vocali chiuse, i suoni nasali attivano la zona del cranio e portano il gruppo verso stati ipnagogici, quella soglia delicata tra veglia e sogno. In questo spazio la voce diventa un pennello, non descrive la realtà, la evoca, la dipinge. Suoni sottili, come una “I” prolungata, sembrano illuminare immagini interne. Non vengono chieste visualizzazioni guidate, ma si lascia che le immagini emergano come risposta vibratoria al suono. Spesso, dopo qualche minuto, dal gruppo affiorano frammenti di canto, fonemi che sembrano raccontare una storia antica o un sogno collettivo. Qui la cura si manifesta aggirando la mente razionale. L’inconscio viene toccato senza essere forzato, senza interpretazioni.

Il quarto modo della rete è quello relazionale, e in realtà attraversa tutti gli altri. È la consapevolezza del campo come sistema vivente. In questo livello il conduttore smette definitivamente di essere il centro e diventa un nodo tra i nodi (rete multi nodale). La conduzione si riduce all’ascolto, a interventi minimi, di sottrazione, a volte basta abbassare il volume della propria voce per permettere al gruppo di emergere, altre volte si introduce una pulsazione semplice per evitare la dispersione. Il gruppo inizia a funzionare come un super-organismo capace di autoregolarsi attraverso il suono e la voce.

Quando la rete multimodale è attraversata nella sua interezza, il gruppo sperimenta uno stato di integrazione raro. Il corpo è radicato, il cuore è aperto, la mente è visionaria, le relazioni sono pulite e fluide. La chiusura non ha bisogno di grandi gesti. Un respiro condiviso, un ultimo suono armonico, il silenzio che ritorna pieno (Hesychia). In quel silenzio si percepisce chiaramente che la voce non è stata uno strumento performativo, ma uno spazio di cura. Un luogo vivo, condiviso, in cui qualcosa di autentico ha potuto finalmente accadere.

Lorenzo Pierobon 2025 ©

Il Calice. Offerta e trasformazione

Ci sono forme che abitano l’inconscio collettivo come se fossero strutture archetipiche. Il calice è una di queste. Non è solo un oggetto, non è nemmeno soltanto un simbolo: è un contenitore di energie, una figura viva che attraversa miti, riti, e visioni. È un grembo, ma anche un tempio. È il luogo in cui la materia si trasforma e lo spirito si manifesta. Chi lavora con il suono e con la  voce, chi ha esplorato il corpo come luogo di coscienza, lo sa: ci sono momenti in cui non siamo più noi a cantare, ma qualcosa ci attraversa. In quei momenti, il corpo stesso si fa calice.

Tutto parte da un gesto, da una postura, da una disposizione interna. Le mani che si aprono a coppa, i gomiti che si divaricano come i bordi di una coppa antica, il busto che si rilassa e accoglie. Ma non è semplice anatomia: è un’architettura sacra. Il calice è forma di raccolta e di offerta. È insieme apertura e contenimento. È la soglia tra ciò che è invisibile e ciò che si manifesta. E questo gesto — che all’inizio può sembrare solo fisico — in realtà è un atto interiore, una disposizione alla ricezione.

Il simbolismo del calice si ritrova ovunque: nei culti antichi della Dea, dove il vaso sacro rappresentava il grembo della Terra e il principio della vita; nei misteri greci, dove era l’utensile del mescolamento tra vino e acqua, ovvero tra spirito e corpo; nella coppa del Graal, che più di ogni altro oggetto incarna il mistero dell’incontro fra umano e divino. Ma si ritrova anche nella Kabbalah, dove la Shekinah, la presenza del divino, è spesso evocata come un calice che raccoglie la luce. È presente nei Tarocchi, nella coppa dell’Asso di Coppe che trabocca d’acqua spirituale, o nella Regina che la regge come se fosse un cuore segreto. E nell’alchimia, dove vas hermeticum è il vaso chiuso, l’alambicco in cui la materia prima si dissolve per rinascere.

Il calice è, in ogni tradizione, uno strumento di trasformazione. Ma non trasforma per reazione: trasforma per presenza. Perché è il vuoto che crea la possibilità del pieno. È la forma che accoglie il mistero. Non funziona se è pieno di sé: funziona quando è vuoto ma pronto. E in questo senso, il calice è un simbolo radicale, quasi provocatorio, in una cultura che ci spinge costantemente a riempire, a esprimere, a dire. Il calice insegna il contrario: insegna a preparare lo spazio, a creare la condizione, a ricevere ciò che non può essere forzato.

Nella mia ricerca vocale, questo archetipo ha assunto via via un ruolo centrale. Non perché io lo abbia scelto: ma perché è emerso, spontaneamente, come accade con i veri simboli. Si è fatto sentire. Prima come gesto, poi come intuizione, poi come pratica viva. La voce, quando entra in relazione con il calice, cambia natura. Non è più suono diretto, volontario. Diventa eco del vuoto, risposta di qualcosa che non può essere previsto. Il calice vocalico non produce, ma chiama. Non proietta, ma riceve e poi lascia andare.

C’è una potente analogia tra le tre fasi della pratica e le tre configurazioni del calice. Seduto, con i gomiti aperti all’altezza dell’ombelico: il calice è basso, terrestre, legato al radicamento, alla raccolta delle acque interiori. In piedi, con le mani a coppa davanti alla gola: il calice è al centro, allineato al cuore e alla gola, punto d’incrocio tra emozione e vibrazione. Infine, il calice cosmico: braccia sollevate, corpo che si fa colonna, mani che si aprono verso l’alto — il calice diventa offerta, risonatore celeste, antenna sonora. Ogni posizione corrisponde a un’attitudine dell’anima, a un diverso livello del processo trasformativo.

Ma quello che più mi affascina è come questa geometria invisibile agisca a prescindere dalla nostra volontà. Quando il corpo assume questa forma, qualcosa inizia ad accadere. Non c’è bisogno di comprendere tutto: è sufficiente sentire. Il calice è una forma che accadedentro il corpo. Ed è allora che la voce si allinea, che il suono si verticalizza, che la vibrazione si organizza in modo nuovo. Non si tratta solo di tecnica vocale: è una questione di presenza. Di disposizione rituale. Di accordatura interiore.

In molte tradizioni spirituali, il calice è anche il luogo della conoscenza indicibile. È il contenitore dell’Akasha, della memoria del mondo, di ciò che non si può afferrare con la logica. È il luogo dove la voce del mondo può depositarsi. In questo senso, il calice è strumento di ascolto prima ancora che di espressione. Ecco perché la voce che nasce dal calice ha una qualità diversa: è densa, ma non pesante. È piena, ma non invadente. Filosoficamente, il calice è una soglia. Un concetto liminale. È il punto in cui il dentro e il fuorisi incontrano senza fondersi, ma rimanendo in relazione viva. Nella voce questo si percepisce con forza: quando il suono viene generato dal calice, non è più interamente mio, né interamente dell’altro. È intersoggettivo, é comunione vibrante. Diventa ponte, trasmissione, evento sonoro condiviso, voce che si fa spazio, che non ha più bisogno di affermarsi.

Non è un caso che nelle iniziazioni antiche il calice fosse sempre presente. Si beveva da una coppa per suggellare un patto, per assumere un sapere, per essere trasformati. Ma il vero calice iniziatico non era quello esterno: era la disposizione interiore a lasciarsi svuotare. Il vino, il sangue, l’acqua sacra  erano solo simboli esteriori di un processo più profondo. Il calice rituale era lì per ricordare che l’anima, per essere riempita di luce, deve prima imparare a essere vuota.

E forse è proprio questa la lezione più potente del calice: che la voce più vera nasce da un centro vuoto. Che il suono più naturale non è quello che decidiamo, ma quello a cui  permettiamo di manifestarsi. E che il corpo, quando si fa calice, diventa luogo in cui l’invisibile può manifestarsi attraverso la vibrazione.

Chi ha vissuto un’esperienza vocale autentica lo sa. In un certo istante, inspiegabile, la voce si trasforma. Non è più solo tua. Non è più solo suono. È rivelazione. È presenza sonora del mistero. È il calice che canta.

Lorenzo Pierobon 2025 ©

Seminario: Oltre la Voce il rito del Solstizio 17-20 giugno 2027- Rapallo (GE)

Montallegro-Rapallo  17-18-19-20  giugno 2027

nella serata di sabato  19 giugno verrà proposto un concerto rituale , nella splendida cornice del bosco superiore (aperto al pubblico esterno), dell’Harmonics Art Ensemble composto dai partecipanti al seminario più ospiti speciali.

Un bosco magico pieno di lucciole, un panorama mozzafiato, un luogo incantato; questa sarà  la cornice  dell’edizione 2027 del seminario OLTRE LA VOCE.

23ma  edizione:

condotto da Lorenzo Pierobon. Un’occasione per entrare in contatto profondo…

Leggi tutto

Laboratorio: IL MISTERO DELLA VOCE 8 novembre – Lucca

dalle 9.30 alle 13:30 : 8 novembre

10 GENNAIO, 7 MARZO,  9 MAGGIO 2027

esploreremo lo strumento “Voce”dal punto di vista artistico, ma anche e sopratutto dal punto di vista spirituale ed energetico. La meditazione con il suono, la voce e gli stati di coscienza, la voce come strumento per la ricerca spirituale, questi alcuni degli argomenti trattati. Laboratorio di canto armonico, ricerca e sperimentazione vocale

Un lavoro profondo e adatto a tutti che unisce all’utilizzo del suono e della voce un naturale movimento corporeo e pratiche di respirazione profonda.

Esploreremo inoltre la ritualità, la condivisione e la contemplazione della dimensione del sacro attraverso l’uso di questo affascinante “strumento musicale

VISUALIZZA QUI IL PROGRAMMA DETTAGLIATO

Centro AMRITA via del Brennero 344 S.Marco, Lucca
INFO E PRENOTAZIONI
cell 329 3773096 patrimartix@gmail.com
cell 335 7581124 avaditi542@gmail.com