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L’impermanenza come pratica di presenza. Dal Budōshoshinshū di Daidōji Yūzan alla ricerca vocale

Ci sono libri che arrivano in un momento preciso della vita e sembrano parlare di qualcosa che appartiene a un’altra epoca, un altro mondo, un’altra forma di esistenza. Poi, lentamente, ci si accorge che stanno parlando proprio di noi, del nostro tempo. Il Budōshoshinshū di Daidōji Yūzan è uno di questi libri. Scritto nel Giappone del periodo Edo da un samurai, stratega e uomo colto, il testo raccoglie insegnamenti rivolti alla formazione morale e comportamentale del guerriero. Ma definirlo semplicemente un manuale di comportamento samuraico sarebbe riduttivo. Yūzan parla di disciplina, responsabilità, sobrietà, coraggio, studio, rapporto con gli altri e, soprattutto, della necessità di tenere costantemente presente la propria impermanenza. È proprio questo aspetto a renderlo interessante oggi. Yūzan non parla soltanto del guerriero che deve essere pronto a morire. Parla dell’uomo che deve imparare a vivere sapendo di poter morire. La differenza è enorme. Nel passaggio del Budōshoshinshū che mi ha colpito maggiormente, Yūzan paragona la vita alla rugiada della sera e alla brina del mattino: qualcosa di fragile, transitorio, destinato a dissolversi. La consapevolezza della morte non dovrebbe produrre passività, paura o nichilismo. Il guerriero che sa che la vita è incerta non può permettersi di vivere continuamente rimandando. Non può rimandare la parola da dire, il dovere da compiere, lo studio, la cura delle relazioni, il lavoro su di sé. La morte, in questa prospettiva, diventa una misura del tempo. E forse è proprio questo che possiamo recuperare oggi, lasciando cadere tutto ciò che appartiene alla società feudale, alla gerarchia, alla guerra e alla specifica morale del samurai. Abbiamo bisogno di diventare più presenti.

Viviamo in un periodo storico nel quale abbiamo sviluppato una quantità enorme di strumenti per evitare il confronto con il limite.Possiamo distrarci continuamente. Possiamo riempire ogni piccolo spazio vuoto. Possiamo trasformare  ogni esperienza in contenuto, consumo, prestazione, comunicazione, esibizione. Anche la nostra identità può essere continuamente modificata nel presentarla agli altri. In questo scenario la morte diventa quasi un’anomalia del sistema. La si nasconde, la si medicalizza, la si sposta fuori dalla quotidianità. E soprattutto si tende a evitare il pensiero della propria impermanenza. Yūzan propone esattamente il contrario. Non dice: medita sulla morte per vivere male. Dice : ricorda che morirai, così puoi smettere di vivere come se avessi un tempo infinito. È un principio molto diverso dal culto della morte. La consapevolezza della morte ci rende più responsabili.E questo punto, per me, è centrale. Sapere che la vita  è limitata significa assumersi maggiormente la responsabilità di ciò che facciamo del tempo che ci rimane. Se provo a portare questo principio nel presente, penso  a qualcuno che deve imparare a stare dentro la propria vita senza fuggire continuamente da ciò che sente. Il nostro campo di battaglia è spesso molto meno evidente. È la dispersione, il rumore, l’incapacità di stare nel silenzio, il bisogno continuo di conferme,l’ansia di essere riconosciuti, la difficoltà di accettare di non essere sempre all’altezza dell’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Ed è qui che il concetto di disciplina di Yūzan può essere recuperato. Disciplina non significa rigidità. Significa scegliere una direzione e tornarci ogni giorno. Studiare, ascoltare, allenare il corpo e la mente. Imparare a riconoscere le proprie emozioni. Mantenere una parola data. Fare ciò che abbiamo deciso di fare anche quando l’entusiasmo iniziale è finito. La disciplina, in questo senso, è una forma di libertà dalla propria instabilità.

La  Via della Voce

È qui che il discorso diventa, per me, ancora più concreto. Da anni lavoro con la voce, il canto, il canto armonico, la musica e l’ascolto, e più approfondisco questo territorio, più mi accorgo che la voce è uno strumento straordinario per studiare il rapporto tra intenzione, corpo, attenzione e presenza. La voce non può essere completamente separata da chi la produce. Posso costruire un suono, posso tecnicamente correggere un’emissione, lavorare sulla respirazione, sulla risonanza, sull’articolazione, sull’intonazione. Ma esiste sempre qualcosa che precede il suono. C’è una disposizione interna, il modo in cui sto nel corpo, in cui dirigo l’attenzione, il rapporto con il respiro, il modo in cui affronto il silenzio prima di emettere il suono, ma soprattutto la capacità di non forzare. Questo aspetto mi sembra sorprendentemente vicino all’etica di Yūzan. La voce non migliora semplicemente perché cerchiamo di produrre più suono. A volte migliora quando smettiamo di ostacolarla. Il lavoro vocale serio contiene quindi una componente fondamentale: obbliga a confrontarsi con il limite. Il limite dell’estensione, della resistenza, del controllo, della precisione e dell’ego. E prima o poi arriva il momento nel quale il cantante deve accettare una cosa molto semplice: non può essere tutto. La voce, come la vita descritta da Yūzan, è fragile e transitoria. Non possiamo trattenerla. Possiamo solo essere presenti mentre accade.

C’è una frase che utilizzo spesso nel mio lavoro: ogni suono è un piccolo esercizio di impermanenza perché il suono ci insegna concretamente che nulla rimane: emetto una nota, la ascolto. La nota si trasforma, decresce e scompare. Quando lavoro con gli armonici, l’attenzione deve diventare estremamente sottile. Una piccola variazione nella posizione della lingua, nella forma della cavità orale, nella pressione, nel flusso respiratorio può modificare profondamente ciò che ascoltiamo. Si tratta di imparare ad ascoltare il momento in cui l’armonico emerge. E qui la pratica vocale assume una dimensione  meditativa: ascolto, ripetizione, presenza, apprendimento. Esiste poi un altro elemento che considero importante. La pratica della voce può diventare facilmente una pratica dell’ego. Anche la ricerca vocale può diventare una forma sofisticata di narcisismo. È possibile passare anni a cercare “il proprio suono” e, nel frattempo, non ascoltarsi realmente. Qui il  pensiero di Yūzan può essere preso ad esempio. Se ricordo che tutto ciò che sto facendo è transitorio, anche il bisogno di dimostrare qualcosa perde parte della sua forza. La voce non deve più dimostrare chi sono. Può diventare il luogo nel quale scopro chi sono mentre lo sto facendo. Questo cambia completamente il rapporto con la pratica vocale. Yūzan insiste molto sullo studio e sulla formazione. Il guerriero non dovrebbe smettere di imparare. Non dovrebbe vivere esclusivamente di ciò che sa già. Questo principio è particolarmente importante per chi fa ricerca. Ricercare significa, almeno per me, accettare continuamente di non sapere. È facile innamorarsi delle proprie intuizioni. Molto più difficile è sottoporle alla prova. Nel campo della voce e del suono questo è fondamentale. Possiamo avere esperienze estremamente forti durante il canto, percepire vibrazioni, modificazioni della percezione corporea, stati di particolare concentrazione, sensazioni di espansione o di alterazione della coscienza. Questo è un punto sul quale credo sia necessario essere rigorosi. La ricerca personale può generare domande straordinarie. Non necessariamente risposte definitive. Per questo considero importante mantenere insieme due atteggiamenti che apparentemente sembrano opposti: apertura e disciplina. Anche questa, a suo modo, è una forma di disciplina del guerriero. Nel testo di Yūzan ritorna un tema che oggi sembra quasi controcorrente: il valore della persona non coincide con la sua visibilità. I samurai idealizzati da Yūzan non ostentavano ricchezza, non parlavano continuamente dei propri guadagni, non costruivano la propria identità sulla necessità di mostrare agli altri quanto valevano. È interessante osservare quanto questo principio sia distante dalla nostra cultura contemporanea. Ma la ricerca autentica ha bisogno anche di momenti nei quali nessuno guarda. È nel laboratorio personale, nel silenzio, nella ripetizione di un esercizio che non verrà pubblicato, nell’ascolto di una registrazione che non mostreremo a nessuno, che spesso avviene il lavoro più importante. Questa è forse una delle lezioni più interessanti che possiamo recuperare dall’etica samuraica: l’eccellenza non ha necessariamente bisogno di esposizione.

Un respiro alla volta.
Un suono alla volta
poi il silenzio.
Anche il suono impara a morire.

Lorenzo Pierobon 2026©

 

Talos, il mito che oggi parla di noi

Nella mitologia greca Talos è un gigantesco essere di bronzo posto a guardia di Creta. Ogni giorno percorreva le coste dell’isola per proteggerla dagli stranieri e da chiunque fosse considerato una minaccia. Non era propriamente un uomo né una divinità, ma una creatura artificiale costruita per svolgere una funzione precisa: sorvegliare e difendere. È proprio questo aspetto a rendere Talos sorprendentemente attuale, perché dietro il mito possiamo riconoscere una delle grandi questioni del nostro tempo: il rapporto tra l’essere umano e le macchine alle quali affidiamo sempre più funzioni e decisioni. Talos può essere visto come una sorta di archetipo della tecnologia autonoma. Oggi non abbiamo più bisogno di un gigante di bronzo per controllare un territorio: abbiamo telecamere intelligenti, droni, satelliti, sistemi di riconoscimento, algoritmi e intelligenze artificiali capaci di osservare enormi quantità di informazioni e intervenire sulla realtà. La differenza è soprattutto nella forma. Il Talos contemporaneo non cammina lungo le coste, ma può essere distribuito attraverso reti digitali e sistemi informatici che osservano, classificano e prevedono. La sua funzione rimane però sorprendentemente simile: proteggere, controllare, distinguere ciò che consideriamo sicuro da ciò che riteniamo pericoloso.

Ed è proprio qui che il mito diventa interessante. Chi decide cosa sia una minaccia? Nel mondo antico questa decisione apparteneva a chi aveva creato Talos e gli aveva affidato il compito di difendere Creta. Nel nostro mondo la decisione viene sempre più spesso trasferita, almeno in parte, agli algoritmi. Un sistema può riconoscere un volto, individuare un comportamento anomalo, stabilire una probabilità o classificare una situazione, ma non per questo possiede automaticamente la comprensione umana del significato di ciò che sta osservando. La macchina può essere efficiente, precisa e velocissima, ma l’efficienza non coincide necessariamente con la saggezza. Questo è forse il punto più delicato dell’intelligenza artificiale. Non dobbiamo preoccuparci soltanto della possibilità che una macchina diventi più intelligente di noi, ma anche del fatto che possa diventare estremamente efficace nell’eseguire obiettivi che noi stessi abbiamo stabilito senza averne previsto tutte le conseguenze. Talos non è malvagio: svolge il compito per cui è stato creato. Ed è proprio questa caratteristica a renderlo una metafora potente del presente. Una tecnologia non deve necessariamente ribellarsi all’uomo per diventare problematica; può essere sufficiente che esegua perfettamente una funzione senza possedere la capacità umana di interrogarsi sul senso di quella funzione. Nel mito c’è poi un particolare ancora più suggestivo. Talos, pur essendo fatto di bronzo, possiede una sorta di sangue divino che scorre attraverso una vena interna. Il suo corpo apparentemente invulnerabile ha quindi un punto fragile e, quando questa vena viene danneggiata, il gigante muore. È un’immagine che può essere letta anche attraverso la nostra epoca tecnologica: sistemi apparentemente potentissimi possono dipendere da elementi estremamente vulnerabili. Più la nostra società diventa tecnologica e interconnessa, più aumenta la nostra dipendenza da infrastrutture che spesso non vediamo e non comprendiamo fino in fondo.

Il significato più profondo di Talos, però, non riguarda soltanto la macchina. Riguarda noi. Da sempre l’essere umano costruisce strumenti per aumentare le proprie capacità: il martello aumenta la forza della mano, il telescopio quella dell’occhio, il computer quella del calcolo. Con l’intelligenza artificiale stiamo entrando in una fase diversa, perché cominciamo a delegare non soltanto una funzione fisica, ma anche parti della nostra memoria, della ricerca, della selezione delle informazioni, della produzione linguistica e persino della creatività. La questione diventa allora capire fino a che punto possiamo delegare senza perdere qualcosa della nostra autonomia. Talos rappresenta proprio questa soglia. È una creatura costruita dall’uomo per proteggerlo, ma che possiede una forza enorme e un proprio punto di vulnerabilità. È allo stesso tempo strumento e creatura, materia e vita, costruzione e autonomia. Per questo può essere letto come un’immagine anticipatrice del nostro rapporto con la tecnologia: costruiamo qualcosa per ampliare le nostre possibilità e, nello stesso momento, dobbiamo imparare a governare il potere che abbiamo creato. Dentro il corpo metallico del gigante Talos scorre un fluido vitale: una potente metafora della voce, che nasce dal corpo e lo attraversa prima di farsi suono. La voce non è un semplice fenomeno acustico, ma movimento, pressione e risonanza attraverso cui l’invisibile prende forma. Nella cultura antica il bronzo ha una forte legame con il suono: basta un impulso e la materia parla vibrando. Talos è quindi un enorme corpo risonante, un incontro tra materia e vibrazione. Il mito interroga il nostro presente: mentre creiamo macchine sempre più sofisticate, siamo ancora capaci di ascoltare il nostro corpo? Prima di delegare alle tecnologie la nostra voce e la nostra memoria, dovremmo ricordare che possediamo già un dispositivo straordinario: un corpo che respira, vibra e trasforma un movimento invisibile in presenza. Il gigante di bronzo non appartiene quindi soltanto alla mitologia greca. In una certa misura, Talos è già qui. È presente nelle macchine che osservano, negli algoritmi che decidono, nei sistemi che prevedono e nelle intelligenze artificiali alle quali affidiamo porzioni sempre più grandi della nostra vita. Non dobbiamo necessariamente avere paura di questo processo, ma dobbiamo conservarne la consapevolezza. La tecnologia può diventare una straordinaria estensione dell’essere umano soltanto se l’essere umano continua a mantenere la responsabilità delle proprie scelte.

Talos ci lascia infine una domanda semplice e tutt’altro che antica: se costruiamo qualcosa per proteggerci e gli affidiamo progressivamente il potere di decidere cosa deve essere protetto, chi rimane responsabile delle sue decisioni? Forse è questa la vera attualità del mito. Il gigante di bronzo non è più davanti alle mura di Creta. Oggi è dentro le nostre reti, nei nostri dispositivi e nei sistemi che abbiamo creato. E mentre continuiamo a renderlo più potente, dovremmo ricordare che il problema non sarà mai soltanto ciò che una macchina è capace di fare, ma soprattutto ciò che noi scegliamo di farle fare.

Lorenzo Pierobon 2026

Concerto: Il respiro del suono 17 gennaio 2027- Biassono (MB)

17 GENNAIO Lorenzo Pierobon voce e elettronica

Un’esperienza di immersione meditativa tra suono e silenzio.

Come il respiro unisce corpo e mente, così la musica riunisce  ascolto e silenzio interiore.

Per riservare il tuo posto invia una mail a: info@yogalila.it

oppure un messaggio whatsapp al: 3429477581

Musicoterapia BB Studio Monza

“Ogni malattia è un problema musicale. Ogni cura è una soluzione musicale” (Novalis)

La World Federation of Music Therapy (Federazione Mondiale di Musicoterapia) da la seguente definizione di musicoterapia: è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive. La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione intra- e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.

info: pierobon.lorenzo@gmail.com

Il nostro studio propone interventi di gruppo e individuali basati su questi presupposti.

L’utilizzo del suono come strumento di cura accompagna l’umanità fin dalle sue origini. In ogni cultura la voce e la musica hanno rappresentato strumenti di relazione, guarigione, espressione emotiva e connessione tra corpo, mente e dimensione interiore. Oggi le neuroscienze confermano come la pratica musicale e vocale coinvolga numerose aree cerebrali legate a movimento, linguaggio, memoria, emozioni, attenzione e relazione sociale, favorendo processi di neuroplasticità, regolazione emotiva e integrazione psicofisica.

Il metodo Vocal Harmonics in Motion® nasce dall’incontro tra musicoterapia, ricerca vocale, pedagogia della voce, improvvisazione sonora, ascolto profondo e studio degli armonici vocali. Non si tratta di un percorso finalizzato all’apprendimento del canto, ma di un’esperienza attraverso cui utilizzare la voce come strumento di consapevolezza, equilibrio e sviluppo delle proprie potenzialità.

Ogni persona possiede una propria identità sonora: la voce riflette il modo in cui respiriamo, percepiamo il corpo, viviamo le emozioni e ci relazioniamo con il mondo. Attraverso tecniche di respirazione, risonanza, vocalizzazione, canto armonico, movimento e improvvisazione, il metodo accompagna la persona nella riscoperta della propria espressione vocale, favorendo una maggiore integrazione tra corpo, emozioni e pensiero.

Training con armonici vocali

L’utilizzo degli armonici rappresenta uno degli elementi distintivi del metodo. L’ascolto e l’amplificazione naturale delle componenti armoniche della voce sviluppano la percezione corporea, la qualità del suono, la capacità di ascolto e una maggiore presenza nel momento presente. La voce diventa così uno strumento di esplorazione personale e di relazione.

Un approccio integrato

Ogni percorso considera la persona nella sua globalità:

  • dimensione corporea
  • dimensione emotiva
  • dimensione cognitiva
  • dimensione relazionale
  • creatività ed espressione personale
  • dimensione spirituale quando rappresenta una risorsa significativa.

Il metodo non propone modelli rigidi, ma accompagna ogni individuo nella ricerca del proprio equilibrio attraverso esperienze sonore, vocali e corporee.

Aree di sviluppo

Consapevolezza personale
Riconoscere risorse, difficoltà e caratteristiche individuali per costruire un rapporto più autentico con sé stessi.

Autonomia e crescita personale
Sviluppare fiducia, creatività e capacità di trasformazione.

Gestione dello stress e benessere psicofisico
Utilizzare voce, respirazione e ascolto per favorire regolazione del sistema nervoso, rilassamento e resistenza.

Relazione e comunicazione
La voce è uno strumento relazionale: lavorare sull’espressione vocale significa migliorare ascolto, presenza, empatia e capacità comunicative.

Musicoterapia vocale

Nel contesto della musicoterapia vocale la voce viene utilizzata come mezzo terapeutico e relazionale, non come prestazione artistica. Respirazione, vocalizzi, risonanza, canto spontaneo, improvvisazione, ritmo e prosodia possono favorire:

  • espressione emotiva;
  • comunicazione verbale e non verbale;
  • attenzione, memoria e linguaggio;
  • percezione corporea;
  • regolazione respiratoria;
  • processi di neuroplasticità.

La ricerca scientifica evidenzia risultati significativi nell’utilizzo di interventi musicali e vocali in ambito neurologico e riabilitativo, in particolare nei percorsi rivolti ad afasia, esiti di ictus, Parkinson e disturbi della comunicazione.

Il ruolo dell’ascolto

L’ascolto rappresenta un elemento centrale del metodo. Non è soltanto percezione sonora, ma capacità di presenza, attenzione e relazione.Attraverso prat iche di “ascolto profondo”, paesaggi sonori, meditazione sonora, improvvisazione e tecniche di consapevolezza corporea, la persona sviluppa una maggiore capacità di ascoltare sé stessa e l’ambiente.

Si utilizzano:

  • voce
  • strumenti acustici
  • campane tibetane
  • diapason terapeutici
  • didgeridoo
  • strumenti ancestrali
  • vibrazione corporea

Ambiti di applicazione

Il metodo trova applicazione in ambito clinico, educativo, riabilitativo e formativo. È utilizzato in percorsi rivolti a persone affette da:

  • afasia ed esiti di ictus;
  • lesioni cerebrali acquisite;
  • disturbi dello spettro autistico;
  • disturbi della comunicazione;
  • decadimento cognitivo e malattie neurodegenerative;
  • ansia, depressione e disagio emotivo;
  • problematiche vocali.

Gli interventi possono integrarsi con il lavoro di équipe composte da professionisti sanitari, educatori, psicologi, neurologi e psicoterapeuti.

Voce, benessere e sviluppo professionale

Il metodo è rivolto anche a persone che desiderano migliorare la propria espressione vocale, presenza e qualità comunicativa. È particolarmente indicato per:

  • cantanti;
  • attori;
  • insegnanti;
  • formatori;
  • coach;
  • manager;
  • musicisti;
  • professionisti della comunicazione.

La voce diventa uno strumento per sviluppare presenza, leadership, creatività, gestione dello stress e capacità relazionali.

Una metodologia fondata sulla relazione

Il percorso nasce dall’ascolto dell’unicità della persona e dal riconoscimento della sua identità sonora. Il riferimento al concetto di ISO (Identità Sonora Individuale) elaborato da Rolando Benenzon rappresenta uno dei fondamenti della relazione musicoterapeutica: ogni individuo possiede un patrimonio sonoro unico che può diventare il punto di partenza per un percorso di trasformazione. L’obiettivo finale non è soltanto modificare un sintomo, ma favorire una maggiore qualità della vita, autonomia, espressione autentica e possibilità di relazione con sé stessi, con gli altri e con il mondo.

Musicoterapia clinica (modello Benenzon)

La musicoterapia clinica secondo il modello Benenzon, ideato dallo psichiatra argentino Rolando Benenzon, è un approccio terapeutico basato sulla relazione non verbale. Attraverso il suono, la voce, la musica, il silenzio e il movimento, favorisce la comunicazione, la relazione e il benessere della persona, soprattutto quando il linguaggio verbale è limitato o compromesso. Elemento centrale del modello è l’ISO (Identità Sonora Individuale), ovvero l’insieme delle caratteristiche sonore che esprimono la storia affettiva, relazionale ed emotiva di ogni individuo. La relazione terapeutica nasce proprio dall’ascolto e dal riconoscimento di questa identità sonora. L’intervento è personalizzato, individuale o di gruppo, e si integra con i percorsi educativi, riabilitativi e sanitari, in collaborazione con l’équipe multidisciplinare.

Ambiti di intervento

La musicoterapia clinica è rivolta a persone con disturbi dello spettro autistico, disabilità intellettive e neuromotorie, sindromi genetiche, afasia, esiti di ictus o lesioni cerebrali, malattie neurodegenerative, demenze, Parkinson, disturbi psichiatrici, dipendenze e altre condizioni di disagio psicosociale.

Obiettivi

Gli obiettivi vengono definiti in base alle esigenze della persona e comprendono il miglioramento della comunicazione, delle capacità relazionali e cognitive, della coordinazione motoria, della regolazione emotiva e della qualità della vita, favorendo inclusione, autonomia e partecipazione.

Un approccio integrato

La Musicoterapia Clinica rappresenta uno dei fondamenti del metodo Vocal Harmonics in Motion®. I due approcci condividono l’importanza della relazione e dell’identità sonora, ma operano in ambiti differenti: la musicoterapia è orientata alla riabilitazione e al contesto clinico, mentre il metodo Vocal Harmonics in Motion® estende questi principi alla voce, al canto armonico, alla formazione, allo sviluppo personale e alla promozione del benessere.

Lorenzo Pierobon

Concerto: d-SaFe 18 ottobre – Monza (MB)

informazioni dettagliate su luogo e orario in via di definizione
Marco Pancaldi: chitarra, Pancaltulator
Lorenzo Pierobon: voce, macchine riverberatrici
Featuring – Fakhraddin Gafarov: tar, ney, balaban, voce
SOLO CON PRENOTAZIONE info.dsafe@gmail.com
indicando nome e numero posti:
riceverete conferma e dettagli sul luogo della performance.

Concerto rituale: Harmonics Art Ensemble 19 giugno 2027 Montallegro (GE)

Un concerto speciale, per un evento speciale, in un luogo speciale. Un rituale sonoro.

Harmonics Art Ensemble live nel bosco di Montallegro ore 21.30 ingresso libero con prenotazione obbligatoria

albergo Casa del Pellegrino: cell. 340 2423960 gianluca.maffezzoni@libero.it Fisso 018 5239003, www.casapellegrino.com

info di contatto: pierobon.lorenzo@gmail.com

 

 

Feedback auto-organizzato e canto armonico

Nel mondo dei sintetizzatori questo fenomeno è molto evidente. Quando si parla di feedback auto-organizzato non si intende semplicemente il classico ritorno di segnale che produce un feedback o una saturazione. Nei sintetizzatori modulari, per esempio, il segnale può essere reintrodotto nel sistema attraverso percorsi non lineari. Un’uscita può rientrare in un filtro, il filtro può modulare un oscillatore, l’oscillatore può a sua volta influenzare un inviluppo o un generatore di controllo. A quel punto il circuito non si comporta più come una semplice catena lineare ma come un sistema dinamico. Ogni variazione in un punto del sistema modifica tutto il resto.

Quando il canto armonico viene praticato in gruppo succede qualcosa di molto simile a ciò che accade nei sistemi di feedback complessi. Non siamo più davanti a singole voci isolate ma a un campo sonoro collettivo. Ogni voce entra nel sistema come una sorgente che interagisce continuamente con le altre.

Nel canto armonico questa interazione è particolarmente intensa perché la voce non produce soltanto una nota fondamentale. Genera anche una serie di armonici che possono essere messi in evidenza con la modulazione della cavità orale, della lingua e delle labbra. Quando più persone fanno questo contemporaneamente si crea una trama acustica estremamente ricca. Le serie armoniche delle diverse voci iniziano a sovrapporsi, a rinforzarsi o a interferire tra loro.

A quel punto il gruppo funziona come una rete di feedback acustico naturale. Ogni cantante ascolta il campo sonoro complessivo e modifica inconsciamente microparametri della propria emissione: l’intonazione, l’intensità, la posizione del suono. Queste piccole regolazioni cambiano l’equilibrio generale e generano nuove configurazioni armoniche che a loro volta influenzano gli altri cantori.

Il risultato è un sistema auto-organizzato.

Spesso, durante queste pratiche, emergono fenomeni che non sono stati pianificati. Si percepiscono pulsazioni collettive, battimenti ritmici tra armonici vicini, oppure armonici molto chiari che sembrano apparire nello spazio tra le voci. Alcuni partecipanti raccontano addirittura di sentire una sorta di “terza voce”, come se il gruppo generasse un suono supplementare.

Dal punto di vista acustico questo avviene perché le onde sonore delle diverse voci entrano in interferenza costruttiva e distruttiva. Ma dal punto di vista percettivo l’esperienza è più complessa: il gruppo diventa una specie di organismo sonoro unico.

In questo contesto possono verificarsi anche vere e proprie biforcazioni del sistema vocale collettivo. Basta una variazione minima qualcuno che sposta leggermente la fondamentale, qualcuno che enfatizza un altro armonico perché l’intero campo sonoro cambi configurazione. Una tessitura stabile può improvvisamente trasformarsi in una pulsazione comune. Un bordone continuo può aprirsi in una trama di armonici molto brillanti.

È qui che il canto armonico di gruppo diventa qualcosa di più di una tecnica vocale. Diventa una pratica di ascolto profondo. Ogni cantante smette di controllare rigidamente il proprio suono e inizia a lavorare sul limite tra intenzione e adattamento. In un certo senso il gruppo pratica una forma sonora di equilibrio dinamico: ognuno mantiene il proprio centro vocale ma allo stesso tempo si lascia influenzare dal campo collettivo.

Quando questo equilibrio funziona bene accade una cosa molto interessante. Il gruppo entra in uno stato di coerenza acustica. Le voci si allineano progressivamente e il sistema diventa più stabile ma anche più sensibile. In questa condizione basta un gesto minimo per generare trasformazioni percepibili.

Per questo il canto armonico in gruppo non è soltanto un’esperienza musicale. È un laboratorio vivente di sistemi complessi. Le voci creano un ambiente vibratorio condiviso che evolve nel tempo. Il musicista non si limita più a produrre suono ma partecipa a un processo collettivo di organizzazione sonora, dove l’ascolto reciproco diventa il vero motore della trasformazione.

Lorenzo Pierobon 2026 ©

 

Il Mistero della Voce 10 ottobre – Milano

Le date 10 ottobre – 12 dicembre  2026

13 febbraio – 10 aprile  2027

Un laboratorio che nasce dall’esperienza di Lorenzo Pierobon, musicoterapeuta, cantante e ricercatore della Voce, e dall’esigenza di iniziare a trasmettere una conoscenza accumulata in quasi trenta anni di ricerca e sperimentazione vocale. Gli incontri sono pensati per indagare lo strumento voce in maniera profonda, non soffermandosi esclusivamente sulla parte tecnica, ma esplorando le componenti più misteriose che conferiscono alla Voce lo status di “strumento trasformativo”. Le tecniche del canto armonico (overtones singing) ci accompagneranno in questo percorso alla scoperta della parte più nascosta e potente della voce: la componente esoterica. Tutti possono partecipare, non servono prerequisiti tecnici, in particolare è consigliato:

• A coloro che desiderano intraprendere un percorso di crescita personale e di consapevolezza

• Professionisti della relazione di aiuto (medici, psicologi, counselor, operatori olistici, insegnanti, etc).

• Artisti

• Cantanti e danzatori

• Esploratori

Gli incontri sono fruibili singolarmente, ma è fortemente consigliato il percorso completo, al termine del quale sarà rilasciato un attestato di frequenza. Per chi lo desiderasse è possibile attivare sessioni individuali di tutoring e supervisione in presenza, dove possibile, oppure online. (Gli incontri individuali, sono da considerarsi come costo a parte e saranno concordati direttamente con l’insegnante).

PROGRAMMA DETTAGLIATO

 

Presso:  Rajawara Viale Aretusa, 30, 20147 Milano MI

PROGRAMMA DETTAGLIATO 

Segreteria KAILASH e-mail informazioni@cckailash.it

pierobon.lorenzo@gmail.com.   cell. 3495845588

 

Il mistero della voce esplorazioni sonore e riflessioni per una nuova vocalità

In questo volume, Lorenzo Pierobon, musicoterapeuta, cantante e ricercatore, offre un’esplorazione accurata del ruolo della voce. L’autore intreccia in modo originale l’esperienza artistica con la ricerca teorica e le pratiche concrete, proponendo una visione che va oltre la semplice comunicazione. Il libro presenta un approccio che fonde musicoterapia, neuroscienze, tradizioni contemplative, canto armonico e ricerca musicale, offrendo al lettore un quadro completo e ragionato. Non si tratta di un manuale tecnico, né di un saggio accademico, ma di un’opera che restituisce alla voce la sua dimensione più autentica e universale: un ponte tra corpo, emozione, pensiero e creatività.
Un testo che non si limita a raccontare, ma invita a sperimentare in prima persona, restituendo al canto il suo valore originario e universale: un ponte tra presenza, ascolto e consapevolezza.
Un invito a riscoprire l’atto del cantare come gesto primordiale e contemporaneamente rivoluzionario: un mezzo per ritrovare radicamento e libertà, rivelando che la voce non è solo un mezzo di comunicazione, ma un cammino di conoscenza e trasformazione interiore.