Ci sono libri che arrivano in un momento preciso della vita e sembrano parlare di qualcosa che appartiene a un’altra epoca, un altro mondo, un’altra forma di esistenza. Poi, lentamente, ci si accorge che stanno parlando proprio di noi, del nostro tempo. Il Budōshoshinshū di Daidōji Yūzan è uno di questi libri. Scritto nel Giappone del periodo Edo da un samurai, stratega e uomo colto, il testo raccoglie insegnamenti rivolti alla formazione morale e comportamentale del guerriero. Ma definirlo semplicemente un manuale di comportamento samuraico sarebbe riduttivo. Yūzan parla di disciplina, responsabilità, sobrietà, coraggio, studio, rapporto con gli altri e, soprattutto, della necessità di tenere costantemente presente la propria impermanenza. È proprio questo aspetto a renderlo interessante oggi. Yūzan non parla soltanto del guerriero che deve essere pronto a morire. Parla dell’uomo che deve imparare a vivere sapendo di poter morire. La differenza è enorme. Nel passaggio del Budōshoshinshū che mi ha colpito maggiormente, Yūzan paragona la vita alla rugiada della sera e alla brina del mattino: qualcosa di fragile, transitorio, destinato a dissolversi. La consapevolezza della morte non dovrebbe produrre passività, paura o nichilismo. Il guerriero che sa che la vita è incerta non può permettersi di vivere continuamente rimandando. Non può rimandare la parola da dire, il dovere da compiere, lo studio, la cura delle relazioni, il lavoro su di sé. La morte, in questa prospettiva, diventa una misura del tempo. E forse è proprio questo che possiamo recuperare oggi, lasciando cadere tutto ciò che appartiene alla società feudale, alla gerarchia, alla guerra e alla specifica morale del samurai. Abbiamo bisogno di diventare più presenti.
Viviamo in un periodo storico nel quale abbiamo sviluppato una quantità enorme di strumenti per evitare il confronto con il limite.Possiamo distrarci continuamente. Possiamo riempire ogni piccolo spazio vuoto. Possiamo trasformare ogni esperienza in contenuto, consumo, prestazione, comunicazione, esibizione. Anche la nostra identità può essere continuamente modificata nel presentarla agli altri. In questo scenario la morte diventa quasi un’anomalia del sistema. La si nasconde, la si medicalizza, la si sposta fuori dalla quotidianità. E soprattutto si tende a evitare il pensiero della propria impermanenza. Yūzan propone esattamente il contrario. Non dice: medita sulla morte per vivere male. Dice : ricorda che morirai, così puoi smettere di vivere come se avessi un tempo infinito. È un principio molto diverso dal culto della morte. La consapevolezza della morte ci rende più responsabili.E questo punto, per me, è centrale. Sapere che la vita è limitata significa assumersi maggiormente la responsabilità di ciò che facciamo del tempo che ci rimane. Se provo a portare questo principio nel presente, penso a qualcuno che deve imparare a stare dentro la propria vita senza fuggire continuamente da ciò che sente. Il nostro campo di battaglia è spesso molto meno evidente. È la dispersione, il rumore, l’incapacità di stare nel silenzio, il bisogno continuo di conferme,l’ansia di essere riconosciuti, la difficoltà di accettare di non essere sempre all’altezza dell’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Ed è qui che il concetto di disciplina di Yūzan può essere recuperato. Disciplina non significa rigidità. Significa scegliere una direzione e tornarci ogni giorno. Studiare, ascoltare, allenare il corpo e la mente. Imparare a riconoscere le proprie emozioni. Mantenere una parola data. Fare ciò che abbiamo deciso di fare anche quando l’entusiasmo iniziale è finito. La disciplina, in questo senso, è una forma di libertà dalla propria instabilità.
La Via della Voce
È qui che il discorso diventa, per me, ancora più concreto. Da anni lavoro con la voce, il canto, il canto armonico, la musica e l’ascolto, e più approfondisco questo territorio, più mi accorgo che la voce è uno strumento straordinario per studiare il rapporto tra intenzione, corpo, attenzione e presenza. La voce non può essere completamente separata da chi la produce. Posso costruire un suono, posso tecnicamente correggere un’emissione, lavorare sulla respirazione, sulla risonanza, sull’articolazione, sull’intonazione. Ma esiste sempre qualcosa che precede il suono. C’è una disposizione interna, il modo in cui sto nel corpo, in cui dirigo l’attenzione, il rapporto con il respiro, il modo in cui affronto il silenzio prima di emettere il suono, ma soprattutto la capacità di non forzare. Questo aspetto mi sembra sorprendentemente vicino all’etica di Yūzan. La voce non migliora semplicemente perché cerchiamo di produrre più suono. A volte migliora quando smettiamo di ostacolarla. Il lavoro vocale serio contiene quindi una componente fondamentale: obbliga a confrontarsi con il limite. Il limite dell’estensione, della resistenza, del controllo, della precisione e dell’ego. E prima o poi arriva il momento nel quale il cantante deve accettare una cosa molto semplice: non può essere tutto. La voce, come la vita descritta da Yūzan, è fragile e transitoria. Non possiamo trattenerla. Possiamo solo essere presenti mentre accade.
C’è una frase che utilizzo spesso nel mio lavoro: ogni suono è un piccolo esercizio di impermanenza perché il suono ci insegna concretamente che nulla rimane: emetto una nota, la ascolto. La nota si trasforma, decresce e scompare. Quando lavoro con gli armonici, l’attenzione deve diventare estremamente sottile. Una piccola variazione nella posizione della lingua, nella forma della cavità orale, nella pressione, nel flusso respiratorio può modificare profondamente ciò che ascoltiamo. Si tratta di imparare ad ascoltare il momento in cui l’armonico emerge. E qui la pratica vocale assume una dimensione meditativa: ascolto, ripetizione, presenza, apprendimento. Esiste poi un altro elemento che considero importante. La pratica della voce può diventare facilmente una pratica dell’ego. Anche la ricerca vocale può diventare una forma sofisticata di narcisismo. È possibile passare anni a cercare “il proprio suono” e, nel frattempo, non ascoltarsi realmente. Qui il pensiero di Yūzan può essere preso ad esempio. Se ricordo che tutto ciò che sto facendo è transitorio, anche il bisogno di dimostrare qualcosa perde parte della sua forza. La voce non deve più dimostrare chi sono. Può diventare il luogo nel quale scopro chi sono mentre lo sto facendo. Questo cambia completamente il rapporto con la pratica vocale. Yūzan insiste molto sullo studio e sulla formazione. Il guerriero non dovrebbe smettere di imparare. Non dovrebbe vivere esclusivamente di ciò che sa già. Questo principio è particolarmente importante per chi fa ricerca. Ricercare significa, almeno per me, accettare continuamente di non sapere. È facile innamorarsi delle proprie intuizioni. Molto più difficile è sottoporle alla prova. Nel campo della voce e del suono questo è fondamentale. Possiamo avere esperienze estremamente forti durante il canto, percepire vibrazioni, modificazioni della percezione corporea, stati di particolare concentrazione, sensazioni di espansione o di alterazione della coscienza. Questo è un punto sul quale credo sia necessario essere rigorosi. La ricerca personale può generare domande straordinarie. Non necessariamente risposte definitive. Per questo considero importante mantenere insieme due atteggiamenti che apparentemente sembrano opposti: apertura e disciplina. Anche questa, a suo modo, è una forma di disciplina del guerriero. Nel testo di Yūzan ritorna un tema che oggi sembra quasi controcorrente: il valore della persona non coincide con la sua visibilità. I samurai idealizzati da Yūzan non ostentavano ricchezza, non parlavano continuamente dei propri guadagni, non costruivano la propria identità sulla necessità di mostrare agli altri quanto valevano. È interessante osservare quanto questo principio sia distante dalla nostra cultura contemporanea. Ma la ricerca autentica ha bisogno anche di momenti nei quali nessuno guarda. È nel laboratorio personale, nel silenzio, nella ripetizione di un esercizio che non verrà pubblicato, nell’ascolto di una registrazione che non mostreremo a nessuno, che spesso avviene il lavoro più importante. Questa è forse una delle lezioni più interessanti che possiamo recuperare dall’etica samuraica: l’eccellenza non ha necessariamente bisogno di esposizione.
Un respiro alla volta.
Un suono alla volta
poi il silenzio.
Anche il suono impara a morire.
Lorenzo Pierobon 2026©




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